Una collezione da Fico.


Rimane tempo solo fino al prossimo 29 gennaio per poter vedere la mostra Realismo, Neorealismo e realtà. Italia 1932-1968 allestita splendidamente al MEF (Museo Ettore Fico) di Torino. Si tratta di 261 stampe fotografiche vintage di una sessantina di autori, tra i quali molti nomi notissimi e altri molto meno. Una ristretta selezione dalle oltre 1.500 della collezione di Guido Bertero.

Le stampe perfettamente incorniciate e ben illuminate sono anche accompagnate da teche con autentiche "perle" editoriali dell'epoca, come la mitica prima edizione di Un paese, con fotografie di Paul Strand e testi di Cesare Zavattini.

L'esposizione è suddivisa in otto sezioni tematiche che evidenziano i legami con la cultura e il cinema dell'epoca. Una scelta del curatore Andrea Busto che porta l'attenzione in modo trasversale sulle motivazioni ideologiche di fondo che sorreggevano, anche inconsapevolmente, le scelte iconografiche dei singoli autori. Il catalogo che accompagna la mostra ne rispetta l'impostazione ed è talmente ben fatto da risultare come una versione portatile di quanto esposto, con in più il pregio di un breve saggio di Roberta Valtorta, forse la migliore studiosa di fotografia che abbiamo in Italia, e una presentazione critica di Enrica Viganò, che da anni affianca con la sua professionalità le scelte d'acquisto del collezionista Bertero.

La mostra è talmente ricca di stimoli da poter dare avvio ad innumerevoli riflessioni su vari aspetti. In estrema sintesi, si tratta di un'occasione rara per poter confrontare, per esempio, la distanza iconografica tra autori stranieri e italiani. I primi più audaci e innovatori nelle loro scelte operative e visive, i secondi prigionieri di un teatro del sentimento di derivazione ottocentesca che li porta a costruzioni eccellenti, ma statiche e sempre sul filo della retorica pauperistica. Con due grandi eccezioni: Mario Giacomelli, non a caso già in quegli anni preso in considerazione dal MoMA di New York, e Cesare Colombo, che sapeva osservare e ripresentare l'essenza della modernizzazione in atto con una partecipazione impassibile di rara efficacia visiva. C'è una sua "Inaugurazione di un supermercato (1967)" che vista oggi, commuove per la lucidità di pensiero che lo animò in quel frangente.

Altra considerazione possibile è sul ruolo del collezionismo. Qui siamo di fronte ad una raccolta "fior da fiore" di quanto ha saputo accendere le passioni di Bertero. Questo da un lato ci consegna un patrimonio, salvandolo sovente dalla scomparsa, dall'altro ne cambia l'originale segno sociale e politico, disarticolandone le serialità originali ed accentuandone la fruizione estetica nella direzione dell'icona forte ed autonoma come massima desiderabile espressione di un lavoro fotografico.

Questioni aperte, tutte da discutere, ma che proprio grazie a mostre come questa è possibile affrontare. Chi può, non se la perda quindi.