L'ombelico dello sguardo.

Quella che è andata in scena sabato scorso al Centro Culturale Candiani di Venezia Mestre è stata una recita a soggetto di due personaggi in cerca di fotografie. Un'occasione inattesa e imprevista che ha incontrato un'accoglienza calorosa da parte del numeroso pubblico presente in sala.

L'incontro inaugurava il ciclo Lo sguardo e l'ombelico a cura di Giovanni Cecchinato. Negli intenti, doveva trattarsi di una relazione del prof. Riccardo Caldura sul rapporto tra fotografia e arte contemporanea e il contributo dell'esperienza di REST, la rivista di fotografie senza parole, portato dal sottoscritto.

Invece, per una felice congiunzione astrale che si verifica a volte quando due spiriti liberi e amanti della conoscenza si incontrano, quello a cui il pubblico ha assistito è stato lo svolgimento di due pensieri sull'atto fotografico nascenti da due punti di vista diversi: quello dell'arte contemporanea e quello dell'iconografia fotografica.

Grazie alla sinergia tra i due relatori, che hanno provato un'istintiva empatia per i reciproci interventi e nonostante l'inevitabile limite di tempo, sono apparsi in un unico luogo e momento l'approccio prevalente sull'inserimento in arte delle fotografie, rappresentato dalla concezione post-duchampiana che giunge fino agli "scolari di Düsseldorf", e in controcanto lo sviluppo di una tradizione storica tutta interna al mondo di coloro che come precondizione progettuale e metodica mettono quella che il risultato finale sia solo e sempre un'immagine fotografica. Quest'ultimo percorso è stato presentato solo in parte, ma sufficiente per rendere evidente ai presenti lo sviluppo discorsivo.

L'auspicio è che nuove occasioni simili diventino possibili perché hanno il pregio fondamentale di portare i discorsi fuori dall'ambito ristretto degli specialisti e di dare utili spunti di riflessioni a quelli che sento come i miei compagni di viaggio da oltre tre decenni: i fotografi, senza aggettivi o generi. Fotografi e basta.


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