Buon Anno e grazie.

Vorrei ringraziare di cuore tutti coloro che mi stanno seguendo su questo blog. L'anno che sta per finire mi ha dato risultati davvero inaspettati. Ho visto aumentare in modo esponenziale le persone che hanno avuto piacere e tempo di leggere ciò che scrivo. Questo mi conforta e mi spinge a proseguire anche per l'anno a venire perché, come in tutto ciò che faccio, cerco di rendermi utile in qualche modo al prossimo. Mica per altro, solo perché il prossimo sono sempre io, siamo tutti il prossimo di qualcuno.

Buon anno e grazie ancora.


P.S.- Non condivido questo post sui social, rimane qui solo per voi.

Scambiare cigni per anatre.

Si fanno bei discorsi sull'immagine fotografica che sarebbe "solo" denotativa e non connotativa. Per quelli che non hanno fatto le scuole alte, significa che ci si vedono delle figure, ma non si riesce a sapere altro: nome della località, evento o situazione, fatti vari inerenti ciò che si vede. ecc. ecc.

Insomma senza il soccorso delle parole l'immagine è un linguaggio monco, una sorta di figlio di un dio minore (difatti in origine era il Verbo, mica le figurine) che senza l'assistenza verbale serve a troppo poco. Questo però non accade per delle insufficienze iconiche, ma per dei marchiani errori di logica. Si scambia il cigno per un'anatra, si deride l'albatro che non riesce ad alzarsi in volo dal ponte della nave, si chiede insomma di assomigliare a qualcosa che non è nella natura delle immagini.

Se si chiede ad un'immagine, non importa se fatta a mano o a macchina, di contenere ciò che non è le dato di contenere ecco che la frittata è fatta. Le immagini, da sempre, non sono fatte per comunicare secondo i criteri del linguaggio scritto-verbale, non sono la versione per analfabeti di ritorno del leggere e scrivere, non sono l'illustrazione dei concetti. O meglio possono esserlo, come è pur sempre una tigre anche quella esibita al circo o allo zoo.

Le immagini precedono il linguaggio scritto verbale e non sono un linguaggio arcaico, sono proprio un pre-linguaggio. Sono l'addensarsi delle esperienze sensoriali umane in rapporto diretto con le parti più profonde del nostro essere. Le immagini originano con la magia, sono alla base delle prime religioni, fino a che le iconoclaste monoteiste non le hanno negate, salvo solo quella cattolica, proprio solo cattolica, che partendo dalla figura di Gesù, dio fattosi uomo, recupera tutto il pantheon figurativo greco classico e lo riveste a nuovo, per la gioia del nostro Rinascimento.

Le immagini agiscono superando la mediazione della nostra parte razionale e lo fanno nel lungo periodo, nel loro ripetersi. Fenomeni come quello della televisione non sarebbero altrimenti spiegabili nella loro efficacia, ancora oggi dominante in gran parte delle persone ad essa esposte. Le immagini si guardano e riguardano e riguardano ancora. Per leggere invece ci sono le parole: pure troppe.


Sotto il vestito meno di niente.

L'altro ieri sulla pagina Facebook di Vanity Fair Italia (periodico di costume, cultura, moda e politica; fonte Wikipedia) è apparso un post che ha sollevato uno tsunami di indignazione social. Nel probabile tentativo di guadagnarsi simpatie umanitarie tra i frequentatori della pagina, espresse a colpi dei tanto agognati "like", hanno messo in competizione due immagini per l'intestazione natalizia: una fotografia davvero parecchio postprodotta del Monte Cervino innevato (visto dalla parte Svizzera, quindi chiamiamolo pure Mattehorn)  e un'altra invece decisamente fotorealistica di una scena di strada devastata da combattimenti, che nel post è scritto essere Aleppo, dove si vedono due giovani uomini che corrono nella direzione del fotografo con in braccio dei neonati stretti al petto. Sulla strada vi sono diverse altre persone in ombra sullo sfondo che non sono particolarmente agitate è c'è pure un bambino più grande, fermo, e apparentemente non inquieto, sul lato sinistro della strada, nella stessa luce dei due uomini in corsa. Il bambino guarda oltre la fotocamera come se alle spalle del fotografo ci fosse qualcosa o qualcuno.

Di entrambe le immagini, che ho scelto di non mostrare, non è dato sapere chi siano gli autori e nemmeno vi sono indicazioni sui contesti in cui sono state prelevate. Sono immagini quasi mute, per l'appunto, perché vengono dichiarati solo i soggetti: una vetta delle Alpi Pennine dal profilo inconfondibile e persone di Aleppo.

L'accostamento delle due immagini è quindi basato sulla loro pura e semplice iconicità. Accostamento richiamato dalla cronaca di questi giorni. Il Cervino innevato richiama l'imminente Natale perché nell'iconografia classica di questa festività cristiana l'associazione più diretta è con l'inizio dell'inverno, il 21 dicembre che è da poco passato, e con la neve, che in questo emisfero a queste latitudini in specie a quote elevate, dovrebbe diventare predominante nel paesaggio. L'altra icona è invece tratta dalla cronaca tragica della guerra siriana che in questi giorni sta trovando un punto di svolta con il ritorno del controllo governativo sulla città di Aleppo, fin qui caposaldo delle variegate forze che si oppongo in armi ad Assad. Svolta tragica perché dai tempi della Seconda guerra mondiale non era più successo che un numero così elevato di civili di un centro urbano si trovassero al centro di un conflitto devastante e con un'altissima percentuale di bambini tra i morti e i feriti.

Penso che la normalissima ragionevolezza del buon senso comune avrebbe dovuto impedire di fare un accostamento così stridente, soprattutto portandolo sul piano iconico. Non parliamo poi del farne addirittura oggetto di un piccolo contest a base di like sulla pagina di un social. Il direttore della rivista, Luca Dini, non ha fatto rimuovere il post, ma ha chiesto scusa dell'imbecillità commessa (parole sue). Il mio timore però è che più che di imbecillità si tratti di cultura delle immagini. Quando tutto diventa icona, tutto è fashion, tutto è glamour, tutto è marketing, si ottiene un azzeramento dei valori al più basso livello possibile, quello del mercato. Se tutto è merce e tutti siamo merce, tutto è ugualmente comperabile e vendibile: una tragedia umanitaria come una borsetta di pelle. Il silenzio, l'evitare di fare gli imbecilli in questo contesto è solo ipocrisia di convenienza. Si pensa, si fa, ma non si dice. Viva l'imbecillità quindi, se almeno ci fa vedere la nudità del re.

C'è Italy e Italy.

Ricevo un comunicato stampa da Cesura Publish sulla recente uscita del libro fotografico Italy&Italy.

Si tratta di un volume di ben 730 pagine (sul sito di Cesura risultano invece essere 632) contenente 336 fotografie, in prevalenza in bianco e nero, selezionate da Luca Santese (1985) tra le oltre 200.000 (sul sito c'è scritto 250.000) conservate nell'archivio del fotografo d'attualità Pasquale Bove (1958), foggiano di nascita e romagnolo d'azione.

L'arco temporale della selezione di Santese copre gli anni anni Novanta o poco più. L'intento dichiarato del progetto editoriale, che è anche una mostra, risulta il seguente: "Il cardine concettuale dell’opera di editing è la volontà di creare, a partire dalla sconfinata e magmatica raccolta di documenti prodotti da Bove, una nitida e definita iconografia degli anni Novanta italiani a partire da una privilegiata prospettiva: la Rimini del periodo che va dalla fine degli anni Ottanta alla soglia del 2000". Accompagnano l'opera un testo critico introduttivo del giornalista Giancarlo Dotto e una postfazione del ricercatore universitario Nicola Patruno.

Non avendo a mie mani il libro, non posso che limitare le considerazioni all'ambito più generale del progetto. Trovo innanzitutto interessante che un fotografo come Luca Santese, nato a metà degli anni Ottanta e già riconosciuto a livello internazionale per il suo lavoro, decida di immergersi nell'archivio ultra-trentennale di un altro fotografo appartenente alla mia generazione. Si confrontano due modalità di "fare il fotografo" che vedono quella antica partire dal negozio, dai servizi locali e dall'artigianato, senza soluzione di continuità con i primi professionisti storici del mezzo fotografico, la seconda invece appartenere alle classi colte, istruita negli usi contemporanei del mezzo, da quello giornalistico a quello artistico, e tesa ad un costante rinnovamento iconografico, o almeno dell'approccio all'iconografia. Su questo terreno, l'operazione è in fondo una sorta di ready-made di una produzione fotografica realizzata senza ambizioni, nata per essere fonte di reddito immediato come immagine di cronaca locale, che traslata in ambito intellettuale diviene oggetto di contemplazione e studio sino ad assurgere a modello privilegiato per riflessioni iconografiche sugli anni Novanta italiani.

Il successo di operazioni come questa è faccenda delicata. Si rischia l'intellettualismo "a prescindere". Se l'archivio non contiene di suo immagini pregevoli, citiamo il caso più famoso, quello di Eugène Atget, non c'è Berenice Abbott che tenga: tutto rimane compresso all'interno di un discorso rivolto al ristretto circolo culturale d'appartenenza. Se invece c'è del buono, ecco che avrà vita, e lunga, ma non tanto per merito del curatore quanto del produttore, del faber iconicus originale. Al pubblico, anche in prospettiva, l'ardua sentenza.


Italy&Italy

di Pasquale Bove e Luca Santese

Edizione di 700

Fotografie di Pasquale Bove
Selezione delle fotografie di Luca Santese
Curato e progettato da Luca Santese
introduzione di Giancarlo Dotto
Postfazione di Nicola Patruno

Stampato in Italia da Grafiche Antiga
Hardbound, 9.5 x 6.5 in / 24 x 16.5 cm
730 pagine, 336 fotografie, stampa offset

50 Euro.

Nel silenzio dell'indicibile.

Proprio nel seminario dedicato a Walker Evans è emerso con chiarezza tra gli studenti il valore dell'allontanamento di ogni parola dall'immagine, in specifico fotografica.

Un libro all'epoca rivoluzionario, e ancora oggi capace di sorprendere, come American Photographs può davvero essere considerato uno spartiacque fondamentale nella "lotta di liberazione" visiva dal linguaggio scritto-verbale. Il silenzio che Evans riesce a creare attorno alle sue fotografie è l'innesco indispensabile per poterle davvero guardare e quindi esperire, conoscere, liberamente. Libera-mente, cioè con la mente libera da binari, steccati, paraocchi, corridoi di senso precotti, preparati perché le domande trovino risposta prima ancora di essere formulate.

Le immagini, e più di tutte quelle contingenti cioè fotografiche, sono universi, ma non universali. Sono mondi senza confini nei quali chiunque può cercare il posto più abitabile. Sovente questo cambia nel tempo e per questo l'osservazione non è mai definitiva e supera di gran lunga ogni tentativo di traduzione, trascrizione al di fuori di essa.

Trovo commovente che una persona come Walker Evans, intellettuale a tutto tondo, mancato romanziere flaubertiano in gioventù, ma capace di costruire progetti insieme a scrittori e critici, critico letterario lui stesso, abbia saputo comprendere ed applicare il silenzio attorno alle sue fotografie, aprendole all'indicibile. Difficilissimo trovare riunita in un'unica persona una simile doppia sensibilità e consapevolezza.

Evans non era nemico delle parole, tutt'altro. Le amava a tal punto da riservare loro un ambito esclusivo. Così come amava le immagini e le rispettava. Sapeva bene che le parole possono venire dopo, con calma. Non c'è nessun motivo per rovinarsi l'osservazione di un'immagine riempiendosi la testa di parole. Così come non c'è motivo di impedirsi di ascoltare una musica facendosela spiegare mentre viene eseguita.

Certo, questo significa prendersi dei rischi, mettersi in gioco. "Guardare le figure" senza aiutini scritto-verbali ci costringe a poter non capire nulla, a capire male, a capire ciò che piace a noi e basta o qualsiasi altra libera esperienza a cui sono esposte le teste pensanti in autonomia. Quelle che non temono di non poter sapere prima cosa dovrebbero pensare per riuscire ad essere socialmente accettate e approvate.


Tutto molto interessante.

Nel fluire contemporaneo delle immagini, i riferimenti trasversali annullano le gerarchie, i generi e le suddivisioni tradizionali.

La rivoluzione "iconocratica", che inizia nel 1839 con l'invenzione della fotografia, prende il sopravvento con l'espandersi dei mezzi di comunicazione a base visiva i quali si alimentano sempre più di icone fatte a macchina ottica.

Dalle fotografie su carta, alle riviste illustrate, ai fotolibri, in un crescendo che con l'avvento del cinema sonoro (1927) aprirà le porte alla comunicazione audiovisiva di massa, divenuta poi televisiva ed oggi sempre più diffusa grazie a Internet. L'ultima barriera, quella tra produzione e diffusione si abbatte proprio sulla rete.

Si spiegano anche così fenomeni come quello di Fabio Rovazzi, classe 1994, milanese che raggiunge milioni di contatti con i suoi video musicali pur dichiarando di non essere un cantante, ma solo un giovane che ama divertirsi e far divertire con i video. Tutto molto interessante, perché nella società fluida gli steccati di genere non arginano più le piene alluvionali e non incanalano più niente. Conta solo il risultato che c'è (spacca) o non c'e (rompe le palle). Il tutto condito dalla frenesia un po' nevrotica dell'azzeramento della soglia di attenzione e dell'evitare come la peste il ripetersi nel tempo di ciò che già si è esperito, ripetizione vissuta come noia, da combattere con il succedersi di novità a tambur battente.

Dalla Pop Art in avanti, a dare le carte del gioco visivo e audiovisivo non è più solo l'ambito canonico dell'arte moderna e/o contemporanea, oggi grandemente minoritario, ma qualsiasi produzione di qualsiasi tipo purché in grado di ottenere l'attenzione degli umani. E questo è qualcosa da analizzare perché fa salire l'andiamo a comandare, cioè un latente spostamento culturale giovanile verso straordinarie forme inedite che però potrebbero scivolare verso un neofascismo autoreferenziale, per usare vocaboli desueti in assenza di quelli nuovi ancora da elaborare. Insomma: io sono io e voi siete me, o lo vorreste tanto.

REST 21/12/2016






















REST è una rivista stampata su carta di fotografie senza parole. I fotografi selezionati per REST realizzano serialità con immagini interessanti.

REST cambia la priorità. La percezione visiva è la prima forma di conoscenza: istintiva, pre-verbale. Se avete bisogno delle parole chiedete direttamente ai fotografi.

REST pensa: se un'immagine non funziona, centinaia, migliaia o milioni di parole non potranno salvarla.


REST contains photographs without wordsThe photographers selected for REST carry out good projects with interesting pictures.

REST wants to change the priority. The visual perception is the first form of knowledge: instinctive, pre-verbal. If you need words, ask the photographers directly.


REST thinks: if an image doesn't work, a hundred, a thousand, or a million words won't be enough to save it.




Guarda un'anteprima e acquista.
Preview and buy.

REST 21/12/2016
CASETTA CORRADI GRASSO
PARAGGIO ROMUSSI TILIO
Format US Letter
64 pages - 58 color plates
ISBN: 9781366660541



Uscite precedenti.
Previous issues.

REST 26/11/2016
SHOW EDITION
CREAZZO FUSCO LOMBARDO
MINERVINI QUIRINI RADO


REST 13/10/2016
LAB EDITION
CAVICCHIO GIORGI MORETTI

REST 01/08/2016
BORRELLI GALLO HERIN
PALADINI RIGOLLI VERGANO


REST 27/05/2016
FUSCO MENARELLO MORETTI

PISANI STOCCHI VITTORI

REST 29/02/2016
ALTERO-VINO CRAVERO DI FONZO
DI LEO LOMBARDO MASSA MICON


REST 13/12/2015
CREAZZO GHIO LABELLARTE
MINERVINI MONI TONOLLI


REST 09/08/2015
ARMENTANO GIACOBINO
GIANNOTTA QUIRINI RADO






REST, ©2015-2016 Fulvio Bortolozzo.
All Rights Reserved

La sostanza di ciò che si vede.

Di recente sono finalmente riuscito ad andare a vedere la mostra personale di Armin Linke al PAC di Milano. Le mie aspettative erano guidate da una scarsissima conoscenza dell'autore, del quale trattenevo nella mente ben poche cose: mi aveva colpito, un decennio fa, la freschezza del suo lavoro all'interno della collettiva 6 x Torino; avevo navigato una volta il suo sito congegnato con un'innovativa formula di massima libertà di selezione e accostamento; ogni tanto incontravo sue fotografie sulla rete e sulle riviste che mi sembravano improntate ad una certa rigorosa qualità internazionale di derivazione teutonica, ma non troppo, e in ogni caso sempre interessanti.

Carico, o meglio scarico, del mio povero bagaglio varco la soglia del PAC e mi trovo di fronte ad un apparato di una complessità impressionante. Invece della personale di un fotografo, mi trovo proiettato in un'installazione site specific che vede coinvolti ben due curatori, Ilaria Bonacossa e Philipp Ziegler, otto intellettuali di varia estrazione culturale e scientifica, almeno due designer per l'allestimento (supporti e suoni) più molti altri collaboratori e sponsor. Tra questi ultimi spiccano la Graham Foundation di Chicago e il Goethe Institut.

Il volume di fuoco dell'autorevolezza esibita è tale da ridurre al silenzio totale l'incauto sprovveduto che avesse avuto anche solo in mente di poter esporre un'opinione che non fosse meno che celebrativa. Quindi, con una certa temerarietà sconsiderata, eccomi uscire dalla comoda trincea dell'uomo qualunque ed avanzare carponi e circospetto verso la linea del fronte avverso armato solo di tenaglie tranciafili e fede in qualche dio protettore degli sciocchi.

L'installazione suddivide gli spazi del PAC in cinque sale tematiche, più il corridoio, il parterre e la galleria superiore, che ospita a parete tre grandi fotografie e un video. In ciascuno degli spazi si svolge quello che viene definito "dialogo": ciascuno degli intellettuali ha selezionato fotografie di Linke dalle ventimila messe a disposizione nel suo archivio e ci imbastisce sopra un suo ragionamento. Un brusio di voci avvolge tutto, degli oggetti a forma rudimentale di grande cavalletto ligneo razionalizzato (un design un poco "brutalista", che nell'insieme mi provoca l'effetto di un certo assiepamento fieristico) portano fotografie di Linke di  varie dimensioni e soggetto, altre sono a parete. Ci sono poi didascalie descrittive e si viene dotati di libretto bilingue di lettura all'ingresso. Come ogni italiano che si rispetti, coltivo una certa idiosincrasia per i "libretti d'istruzione" e cado nell'errore tipico di volermela cavare senza leggere quasi nulla.

Qui finisce la mia incauta avanzata nell'installazione. Senza leggere, né ascoltare, attentamente, mi rimangono le fotografie che sono tra loro simili per educazione visiva e coerenza formale, ma come lo sarebbero le fotografie di qualsiasi eccellente professionista della fotografia industriale e tecnica. Invece di quelle di Linke, potrebbero essere quindi quelle di un altro valente collega che l'insieme non ne risentirebbe affatto nel suo impianto concettuale.

Certamente l'insoddisfazione che ho provato è colpa mia. Sono io che sono ostinatamente fissato con la faccenda dell'iconografia e dell'autonomia delle immagini dalle parole. Già sopporto a stento di conoscere luogo e data, figurarsi se mi si propone addirittura un flusso verbale intellettualmente sofisticato. Vado in tilt.

Mi resta la riconfermata bellezza del PAC: quella sua lunga vetrata sul giardino e quella lieve armonia razionalista, che amo da sempre, continuano a valere ogni visita, come quelle incantevoli che mi capitò di fare all'antologica su Ugo Mulas o quella di Jeff Wall. Mi restano anche alcune delle fotografie di Linke, in specie alcune ampie vedute, davvero coinvolgenti.

Chissà che coltivandomi ancora, non riesca a svilupparmi meglio e infine ad accedere con la dovuta disinvoltura alle installazioni come queste, che per il momento riesco ad immaginare più pertinenti con un Museo della Scienza e della Tecnica che con l'arte contemporanea. Abbiate pazienza, mi ci sto applicando.

Uscire dalla gabbia.


Di recente ho avuto modo di incontrare la resistenza di alcuni all'idea di potersi trovare di fronte a delle immagini fotografiche senza alcun supporto da parte delle parole, siano esse dette o scritte. Un vero è proprio horror vacui.

L'immagine vissuta come abisso oscuro sul quale affacciarsi sia un pericolo mortale e vada perciò fatto solo con le dovute cautele verbali del caso per non precipitarvi dentro.

Il timore parrebbe essere quello di non poter comprendere quello che si vede. Una sfiducia paradossale nella capacità del sistema occhio/cervello di risolvere l'enigma, come fosse tutta una trappola preparata ad arte per impedirlo.

Penso purtroppo che le cose non stiano proprio così. Sarebbe in fondo una paura ragionevole perché rivolta alla necessità, tutta umana, di dare un qualche senso alle cose e alle esperienze. Invece leggo nel rifiuto del rapporto diretto con delle immagini senza la cintura di protezione delle parole il bisogno prioritario di conformarsi ad un senso comune condiviso.

Non importa cioè conoscere veramente le cose, farne esperienza attraverso l'analisi personale e magari sbagliando ripetutamente prima di riuscirvi, ma avere su di esse l'opinione socialmente stabilita dal proprio gruppo di riferimento. Siamo di fronte al conflitto tra individualità e appartenenza, nel quale si pensa, secondo me erroneamente, che solo nella seconda possa esservi conoscenza, identità e quindi cultura.

Ci vorrebbe più coraggio. Le immagini, nel loro silenzio, lo richiedono. Uscire dalla gabbia di ciò che si dovrebbe pensare e arrischiarsi a pensare dell'altro, anche se potrebbe sembrare insensato. Diversamente, non rimane che assopire la mente nel rassicurante tran tran di ciò che ci dicono si debba pensare, chiedendo il libretto di istruzioni per poterlo fare: un titolo, una didascalia, una descrizione, magari anche audio con le cuffie ché così non si deve nemmeno fare la fatica di leggere niente.