Soltanto un orinale.

"Ho l'impressione che Duchamp non sia stato una guida utile. La sua argomentazione sembra quella che fu data per la guerra in Vietnam: dobbiamo distruggere il villaggio per salvarlo, dobbiamo distruggere l'arte per salvare l'arte. Ma, alla fine, quel che ci resta è soltanto un orinale."

Robert Adams, Lungo i fiumi, Ultreya 2008.
(edizione originale: Along Some Rivers, Aperture 2006)

Caso per caso.

Una fotografia, qualsiasi fotografia, è presa con un congegno in presenza del fenomeno che riflette o trasmette della luce verso il congegno stesso. La durata della presa, e altri parametri, influenzano il visivo che viene trattenuto nel congegno e infine elaborato in modo chimico o elettronico. Gli umani, per i motivi più diversi, trovano che mettere in azione questo congegno porti loro dei vantaggi, non più rapidamente e facilmente ottenibili con altre azioni. Tant'è che si prendono miliardi di fotografie oramai.

La natura di questi vantaggi è prevalentemente legata al rapporto tra la presa della fotografia e il fenomeno ripreso. Ne consegue che poco importa se una fotografia sia impronta, traccia, segnale o altra cosa, importa che cosa se ne fa, il perché e se assolve al suo compito o meno. A decidere questo possono solo essere i diretti interessati: chi la fotografia l'ha presa e chi la usa. Di volta in volta, caso per caso.

Un qualunque Midwest planetario.

A fronte della scomparsa di centinaia di persone nel sisma di Amatrice e dintorni, e superata l'emergenza dolorosa di questi tragici giorni, si porrà il problema di come e cosa fare per l'area quasi del tutto rasa al suolo o comunque resa inagibile.

A questo proposito, mi si affacciano alla mente alcune considerazioni storiche. La prima è che la Amatrice oggi devastata era quella che venne ricostruita dopo il sisma dell'ottobre del 1639. Quindi furono le energie artistiche del secolo barocco a presentare di nuovo al mondo un paese che viveva ancora oggi soprattutto del turismo fondato sul suo fascino paesaggistico e urbanistico. Non ci fu mera ricostruzione di abitazioni, ma si riuscì a ricostruire della bellezza in grado di suscitare interesse anche nei secoli successivi.

L'altro esempio, che ho potuto vedere di recente è Noto, nel siracusano. Lì, ciò che il sisma aveva cancellato fu l'origine di una potente sfida artistica al destino mortifero. Oggi Noto rappresenta un esempio, con altri luoghi ricostruiti sempre in quei secoli, di come risorgere, almeno in Italia, non significhi solo mettersi un nuovo tetto sopra la testa, ma rinnovare, e se possibile meglio di prima, la straordinarietà del privilegio di vivere circondati da quanto di eccellente seppero donare le generazioni di artisti che qui operarono, non importa da dove giunti.

Infine un esempio negativo nel trapanese: Gibellina nuova. Una sconfitta del Novecento. Stringe il cuore aggirarsi per gli spazi dilatati e maltenuti di questa "new town" dove la bellezza si riduce ad episodi marginali, con tutta la buona volontà di trovarli, e per il resto l'estetica della periferia indifferenziata corrode il paesaggio trasformato in un anonimo west de noantri. Lì a Gibellina nuova si consuma la parentesi drammatica del modernismo artistico internazionale, incapace di portare oltre quanto di meglio venne fatto nei secoli precedenti, ma solo di negarlo. Un Sessantotto dell'arte, con tutte le sue conseguenza nefaste già viste nella società e nella cultura contemporanea. Non a caso l'unica opera davvero degna nata su quel sisma del Belice è nella sede originaria di Gibellina, molti chilometri più  a monte. Non a caso, lì Burri, con il suo Cretto, ha potuto darci la pietra tombale non solo di Gibellina, ma dell'arte moderna tutta nel suo confronto con il paesaggio, l'architettura e la bellezza.

Oggi non si tratta quindi solo di ricostruire case che non cadano più così facilmente sotto le scosse di un terremoto, ma di rinnovare la bellezza, come urgenza vitale, con nuove tecniche, nuovi materiali, nuovi pensieri. Una bellezza degli anni Duemila che sappia ereditare dal passato un orgoglio perduto per il privilegio di abitare in Italia, e non in un qualunque Midwest planetario.

Più forte della propria.

La libertà dell'essere umano è forse l'aspetto che più connota la civiltà occidentale tra le altre del pianeta. Oggi questo diritto fondamentale a decidere di se stessi e del proprio destino è soggetto a sempre più sanguinosi tentativi di soppressione.

In apparenza i motivi sono di natura religiosa, nella realtà dei fatti però si tratta dell'eterno conflitto tra la libertà e la forza. Il pendolo della storia oscilla tra l'una e l'altra senza mai trovare il punto d'equilibrio definitivo e mai lo potrà trovare. La libertà difatti  non può essere davvero esercitata senza che l'uso della forza sia messo a sua difesa, come monito a chi osasse minacciarla. Questo accade perché la massima espressione di libertà risiede proprio nella capacità di usare la forza a piacimento, senza che alcuna altra forza, e quindi altra libertà, riesca a impedirlo. I latini la chiamavano "pax romana".

Risiede per questo nella libertà stessa il seme che ne può determinare la soppressione. Il suo eccesso provoca soprusi, ovvero invasioni di libertà altrui, e alimenta reazioni di forze ostili.

Non resta perciò che imparare ad esercitare la propria libertà in modo empatico e prudente, commisurato alla forza a disposizione per la sua difesa e alla necessità imprescindibile di non invadere le libertà altrui. Oppure prepararsi a rinunciarvi per obbedire infine, per forza, a qualche libertà più forte della propria.


Almeno per adesso.

I flussi mediatici del momento mostrano un bambino siriano di Aleppo coperto di polvere scura su tutto il corpo, vestito come vestivano me alla sua età, con molto sangue sul volto. Sta seduto attonito sul grande sedile arancione di un'ambulanza. Il tutto avvolto in una luce forte e fredda, quasi da studio fotografico.

Interessante notare che è un frame di un video. Lo scrivo perché penso sia un'immagine che può piacere davvero molto ai giurati del prossimo World Press Photo e quindi potrebbero anche nell'occasione sdoganare la videocamera come strumento fotografico. Tanto le più recenti fotocamere sono già delle videocamere di alta qualità. Quindi il momento decisivo e bla bla bla non è altro oggi che uno dei 25 fotogrammi ripresi in un dato tempo, basta scegliere quello giusto, dopo, con tutta calma.

Quello giusto per cosa? In questo caso, per fornire ai flussi mediatici un'immagine semplice ed efficace, facile da vedere e ricordare, non troppo cruda, ma abbastanza da commuovere. Insomma l'icona che ci vuole per orientare l'attenzione dei medializzati verso la tragedia umana in corso in Siria. Come lo fu, tempo addietro, quella del bimbo morto su una spiaggia. Sempre vestito come me alla sua età e in una posizione da bambolotto senza vita che non poteva lasciare indifferenti.

I bambini, non solo in Siria, muoiono ogni giorno come le mosche in tutto il mondo. Per fame, in genere, ma anche per malattie e violenze varie. Per quanti ne muoiono ne nascono altri, anche di più, che affrontano pericoli estremi nel tentativo di diventare adulti. L'UNICEF, per citare una delle istituzioni più famose sul tema, ci sbatte il capo da anni fino alla disperazione. Però tutti questi morti non suscitano sufficiente emozione perché milioni di adulti si sollevino una buona volta tutti insieme per porre fine a questo infanticidio.

Non resta che anestetizzarsi con un'icona come quella del bimbo di Aleppo, che ti assomiglia, che assomiglia a com'eri tu quando ti tenevano in braccio i tuoi genitori o i tuoi zii e nonni. Sei tu, ce l'hai fatta, non sei finito in quel modo lì, morirai d'altro, da adulto. La televisione si può spegnere, il cellulare anche, il computer pure. Basta che qui non capiti niente. Almeno per adesso.




Io fotografo.

Lo so come funziona.
Arrivi ad un punto che ti sembra quasi di impazzire. Chi ti è vicino sembra non capire nulla o all'improvviso ti rendi conto che non può capire nulla. Le parole ci sarebbero forse, ma ce ne vorrebbero troppe e poi? A cosa varrebbe? Una volta che l'hai detto, il silenzio stupefatto finirebbe per seppellirti in una solitudine anche peggiore. Non c'è speranza, senti qualcosa che è chiaro solo a te, dannatamente solo a te.

Il bisogno nasce così. Come una fame improvvisa e irrefrenabile da soddisfare subito. Ti prende proprio alle viscere e non ti lascia. Non puoi far finta che tutto sia come prima, devi per forza tirar fuori quello che ti sta arroventando la testa. Con quello che sai, con quello che puoi. C'è chi usa una penna, altri usano uno scalpello. Io fotografo.

REST 01/08/2016

























REST contains photographs without words.
The photographers selected for REST carry out good projects with interesting pictures.

REST wants to change the priority. The visual perception is the first form of knowledge: instinctive, pre-verbal. If you need words, ask the photographers directly.

REST thinks: if an image doesn't work, a hundred, a thousand, or a million words won't be enough to save it.

Photographers:
Franco BORRELLI, Matteo GALLO, Sophie-Anne HERIN, Mattia PALADINI, Luana RIGOLLI, Marco VERGANO.


Preview and buy.

REST 01/08/2016
BORRELLI GALLO HERIN
PALADINI RIGOLLI VERGANO
Format: US Letter.
64 pages; 50 colour plates.
ISBN: 9781367361331.
blurb.com




Previous issues.

REST 27/05/2016
FUSCO MENARELLO MORETTI

PISANI STOCCHI VITTORI

REST 29/02/2016
ALTERO-VINO CRAVERO DI FONZO
DI LEO LOMBARDO MASSA MICON


REST 13/12/2015
CREAZZO GHIO LABELLARTE
MINERVINI MONI TONOLLI


REST 09/08/2015
ARMENTANO GIACOBINO
GIANNOTTA QUIRINI RADO






REST, ©2015-2016 Fulvio Bortolozzo.
All Rights Reserved


Un momentaneo distacco dal corpo.

Se c'è una cosa che dovrebbe trovare tutti d'accordo è la relatività dell'esperienza di ciascun essere umano. Tutto inizia e finisce nel corpo, luogo insuperabile del nostro vivere. Gli umani nascono con un corpo e di quello vivono fino alla sua fine biologica.

Il mondo esiste in quanto risultato delle percezioni fisiche del corpo umano. Ciascuno quindi vive in un proprio mondo che negli anni ha imparato ad attraversare. La mente elabora di continuo i dati sensoriali fornendo in tempo reale, o quasi, la sintesi che serve per mantenere la vita nel corpo fino a che la natura non finirà per impedirlo.

Su queste basi, sembrerebbe che si sia condannati a vivere in un'assoluta soggettività e autoreferenzialità. Soccorre invece la comunanza di specie. Essendo tutti nella medesima condizione, esiste una "zona grigia" nella quale le singole esperienze possono sovrapporsi e risultare familiari e riconoscibili anche ad altri oltre al diretto interessato. Le immagini lavorano proprio in questo ambito e quelle fotografiche possono arrivare alle conseguenze più avanzate generando convincenti simulazioni visive del mondo. Così convincenti da poter essere abitate dalla mente operando un momentaneo distacco dal corpo.