Più avanti nel tempo.

La prima serata del nuovo ciclo di incontri di Phom, stavolta dedicato al rapporto tra fotografia e parola, ha visto come protagonisti Giorgio Falco e Sabrina Ragucci, i co-autori dell'opera "Condominio oltremare", della quale ebbi già modo di scrivere su questo blog.

Trovate il post QUI.

Certamente ha ragione Marco Benna, il boss di Phom, quando dice che scopo degli incontri è quello di sentire dalla viva voce dei protagonisti quale sia la loro esperienza delle cose e il senso che pensano possa e debba avere ciò che fanno. Nel caso di Falco e Ragucci è stato proprio così. Avevo già espresso delle perplessità sulla coesione, a mio avviso mancata, tra le parole del romanzo breve di Giorgio Falco e le 59 fotografie di Sabrina Ragucci che vi si innestano in vario modo all'interno, con l'intenzione di creare un controcanto, un "innesco" come dicono loro, qualcosa in grado di espandere l'effetto delle parole e di introdurre ulteriori sfumature di pensiero attraverso l'evocazione muta, reticente anche, portata dal visivo delle fotografie.

Durante la serata lo scrittore ha presentato chiaramente il suo punto di vista sul rapporto con le immagini, ma anche con i suoni o con ogni altra esperienza fenomenica e sensoriale che possa alimentarne la letteratura. Difatti, a mio modesto parere di lettore, il romanzo riesce bene a combinare diversi apporti esperienziali, e solo in parte strettamente autobiografici, per costruire un'unità narrativa compiuta in se stessa, muovendosi per di più su vari registri stilistici.

Diverso il discorso per le fotografie, che seguono un'altra linea di osservazione dei luoghi. Pur basandosi su riferimenti precisi alla migliore fotografia contemporanea (L'autrice cita espressamente: il lavoro fotografico di Dan Graham; Lewis Baltz, che considera suo importante maestro; Guido Guidi e altri ancora) il corpo fotografico mantiene tuttavia una certa necessità di appoggiarsi alla parola scritta per trovare il suo compimento, finendo, a mio parere, per soggiacere al testo, più che accompagnarlo o contrappuntarlo.

Sia come sia, il loro libro l'ho comperato e lo conservo con piacere, in attesa di rileggerlo e riguardarlo ancora. Più avanti nel tempo.

Vale più di mille immagini.

Sto riemergendo da un fine settimana a Gonzaga, nell'Oltrepò mantovano, davvero appagante e intenso.

Le cronache storiche dicono che, in un giorno imprecisato del 1488, il signor Corradi, meglio conosciuto come Francesco II Gonzaga marchese di Mantova, cadesse da cavallo poco fuori del paese in direzione di Reggiolo. Non diventò per questo un santo, ma sopravvisse e un paio d'anni dopo iniziò a far costruire nel luogo miracoloso una chiesetta dedicata alla vergine Maria, con annesso convento e semplice ma delizioso chiostro. Ebbe quindi l'intuizione straordinaria, bisogna dargliene merito, che negli anni 2000 quella sarebbe stata la sede ideale per un Festival di fotografia organizzato dal Collettivo diecixdieci, ossia sei giovani gonzaghesi e limitrofi, di quelli che avercene di più in tutta Italia. Mi pare giusto ricordarne i nomi, da sinistra a destra come si vedono nella fotografia d'apertura di questo post: Giulio Gibertoni , Pietro Millenotti, Massimo Caramaschi, Damiano Bonazzi, Alessandro Malavasi, Luana Rigolli.

Han fatto tutto da soli e di testa loro, con il sostegno di altri giovani, Marco Brioni in primis, ma anche di Francesca e i suoi genitori della Taverna del Tasso a Brusatasso, che mi hanno visto naufragare dolcemente nelle meraviglie della loro tipica cucina mantovana fatta in casa. O anche con tutta l'ospitalità alberghiera locale, rappresentata da Il Rifugio, che di stelle ne ha due sull'insegna perché altre due qualche vandalo deve avergliele rubate nottetempo. Ora smetto però, ché senno sembro la pubblicità tv della chiesa cattolica per l'8 per mille. Comunque davvero, "chiedetelo a loro" perché questo piccolissimo Festival sia un così luminoso raggio di luce. E loro forse non sapranno cosa rispondervi perché son così, come li vedete nella fotografia. Se non fosse fuori moda si potrebbero definire "genuini": frutti di una campagna ancora generosa in qualche suo angolo più autentico. Grazie a loro ho potuto incontrare, nella situazione migliore possibile per conoscersi, autori mai visti prima o dare corpo e presenza ad autori conosciuti e anche a dei Resters con cui magari ci si trovava in We Do The Rest da tempo, o ancora stare insieme a chi già conoscevo, ma che per via della distanza non posso frequentare quanto vorrei, come l'amico Steve Bisson di Urbanautica, o infine ritrovare amici, anche del tutto inattesi, che mi han voluto sorprendere d'affetto.

Spero di aver lasciato, come sempre cerco di fare, qualcosa di utile a chi mi ha incontrato, qualcosa che sia d'aiuto nei percorsi di ciascuno, per quello che io posso capire e mettere a disposizione.

In ultimo un'osservazione fotografica. Prima di andare a Gonzaga la fotografia in posa dei sei giovani era per me come la mappa di qualcosa di sconosciuto. Solo Luana l'avevo già brevemente incontrata in altra occasione fotografica, ma gli altri erano un mistero. Oggi, ogni volto, ogni persona è qualcosa di vissuto. Nei loro occhi, nella loro postura, rivedo le cose accadute, i discorsi fatti, le esperienze condivise. La fotografia d'osservazione, anche se fatta in posa, ha questa magia. Non servono innumerevoli scatti di ogni cosa che capita mentre capita. Serve poco. Serve una descrizione fotografica di come sembrano le cose, qualcosa di così verosimile che ci si possa infilare dentro con la testa e sognare o ricordare. Una "vera fotografia" (cit. Gianni Berengo Gardin) vale più di mille immagini.

Può trovare qualche soddisfazione.

Tanti sono i motivi per cui si può decidere di mettere mano ad una fotocamera per prendere una fotografia di qualcosa. Nella maggior parte dei casi si fa per uno scopo utile. In altri casi potrebbe essere solo un'occasione di divertimento fine a se stessa. Vi sono anche casi nei quali prendere una fotografia è la risposta ad un bisogno, un'urgenza insopprimibile.

In genere, questi ultimi sono i casi nei quali la fotografia può diventare un'occasione di riflessione, di scoperta e di conoscenza. Ciò può avvenire perché l'immagine che si ottiene da una fotocamera ha inevitabilmente qualche relazione di verosimiglianza con il nostro modo di vedere, quello del sistema occhi/cervello.

Una verosimiglianza però fedele alle leggi fisiche cui è soggetto il congegno fotocamera. Quindi mai perfettamente sovrapponibile a quanto noi vediamo. C'è sempre uno scarto, una differenza. In quello scarto, in quella differenza, l'urgenza può trovare modo di placarsi, almeno in parte; il bisogno può trovare qualche soddisfazione.






L'italiano non è l'italiano.

In questi ultimi giorni la mia fiducia nella condivisione di un pensiero razionale è entrata in crisi. Osservo accadimenti e comportamenti dettati da un relativismo di comodo, che non ritiene più dirimenti i fatti, escludendoli dal ragionamento o peggio considerandoli come fossero semplici opinioni, di parì dignità quindi con ogni altra possibile.

Cerco per questo consolazione in uno dei maestri del pensiero, del ragionare.

 
Il magistrato si era intanto alzato ad accogliere il suo vecchio professore. «Con quale piacere la rivedo, dopo tanti anni!».
«Tanti: e mi pesano» convenne il professore.
«Ma che ne dice? Lei non è mutato per nulla, nell’aspetto».
«Lei sì» disse il professore con la solita franchezza.
«Questo maledetto lavoro… Ma perché mi dà del lei?».
«Come allora» disse il professore.
«Ma ormai…».
«No».
«Ma si ricorda di me?».
«Certo che mi ricordo».
«Posso permettermi di farle una domanda?… Poi gliene farò altre, di altra natura… Nei componimenti di italiano lei mi assegnava sempre un tre, perché copiavo. Ma una volta mi ha dato un cinque: perché?».
«Perché aveva copiato da un autore più intelligente».
Il magistrato scoppiò a ridere. «L’italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica…».
«L’italiano non è l’italiano: è il ragionare» disse il professore. «Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto».
La battuta era feroce. Il magistrato impallidì. E passò a un duro interrogatorio.

Leonardo Sciascia, "Una storia semplice", Ed. Adelphi (pagg. 43-44).

Bianco, ingenuo, valdostano.

È aperta da PHOS a Torino, una doppia personale di fotografia intitolata "Bianco - Ingenuo". Gli autori sono Sophie-Anne Herin e Mattia Paladini. Ad unirli è il luogo dove hanno preso le loro fotografie, che è anche il loro luogo di nascita: la Valle d'Aosta.
Il potere dell'immaginario collettivo sedimentato in chi non vi risiede, si mette subito in moto al solo leggere quel nome: alte montagne innevate, o verdissime d'estate, alpeggi, baite, cieli azzurri e pittorescamente attraversati da nuvole fioccose, succulenterie gastronomiche servite in ambienti impreziositi da legno e pietra lavorati da abili artigiani, ecc. ecc. Luoghi per vacanze meravigliose insomma.

Invece no. Esistono altre dimensioni esperienziali in quella valle, e nelle zone alpine in genere. In questo senso, la doppia personale è quanto mai felice nell'accostarne due molto distanti tra di loro che in sinergia disegnano iconografie inattese in grado di arricchire l'immaginario con altri aspetti fino ad ora non considerati.

©2015 Sophie-Anne Herin

Herin costruisce una vera e propria esperienza sensoriale allestendo una stanza della galleria con tre piccoli lightbox a parete immersi nel nero più profondo percorso da una sottile profumazione, come se ci si trovasse in una camera oscura sui generis. Nell'unica incerta e ipnotica luce dei lightbox, anche per via del lieve pulsare dei led, si intuiscono forme, più che vederle davvero. Rocce, versanti montani, vegetazione, evocazioni rossastre di qualcosa di magmatico. Una visione della montagna che rispecchia il sentire di chi ci è nato e vissuto in un rapporto di rispecchiamento psicologico ed esistenziale profondo. Il "bianco" del titolo suona paradossale in tutto questo nero da cui emergono vaghe forme rossastre. Tuttavia contiene una chiave interpretativa necessaria verso il candore di chi si apre al mondo senza barriere, senza pelle persino, sia come sia, purché sia vita vissuta.

A contraltare c'è l'ingenuità dichiarata da Paladini che invece attraversa un paesaggio valligiano urbanizzato. Luogo della contemporaneità con le sue strutture di servizio per le varie attività di collegamento, sportive, residenziali e produttive. La scelta iconografica segue la falsariga della tradizione neotopografica americana, nella quale anch'io mi riconosco e questo mi consente di "abitare" con una certa familiarità le fotografie esposte. La scelta delle luci, e quindi delle cromie, spinge su un piano di seduzione e meraviglia ciò che viene offerto nell'inquadratura. In questo risiede l'ingenuità apparente, nel non voler prendere una posizione critica verso l'incontro, ma di fermarsi prima, come un bambino che scopra cose mai viste e si stupisca, senza giudizio, senza opporvisi. In questo modo, seguendo il suggerimento dell'autore, possiamo recuperare inannzitutto il piano della presenza e della descrizione. Poi ognuno deciderà come classificare tutto questo. Dopo, a casa, con calma.

Chi può, vada a vedere questa iconografia della Valle d'Aosta esposta da Phos. Quando ripenserà a quella valle, immagini meno banali verranno alla mente e questo sarà un beneficio impagabile davvero.



PHOS

Centro Polifunzionale
per la Fotografia e le Arti Visive

Via Giambattista Vico, 1
10128, TORINO, Italia


Orari di apertura mostre:

Lun. Mer. Ven. 15.30 – 18.30

oppure su appuntamento


Info:
f+39 011 7604867
+39 333 7470186
phos@phosfotografia.it





Valore iconografico.

Il trasferimento in forma di fotografia dell'esperienza di osservazione in un luogo comporta lo spostamento definitivo di quell'esperienza nell'universo parallelo delle immagini. Questo significa che la relazione con ciò che "è stato" rimarrà recuperabile e osservabile solo attraverso l'immagine che ne deriva come traccia durevole.

L'idea che sia possibile proseguire l'esperienza di osservazione, o anche amplificarla e persino migliorarla per tramite di un'immagine che la trasferisca in un tempo e in uno spazio diversi, quasi sempre lontani e successivi al termine dell'esperienza, si sostiene su due considerazioni che vanno a loro volta osservate con attenzione.

La prima è che ci sia una contiguità verosimile dell'immagine fotografica con quanto è stato osservato direttamente. Questo si ottiene con la conoscenza e l'applicazione della tecnologia fotografica orientandola in modo che soddisfi al meglio lo scopo.

La seconda, più complessa, è che l'immagine contenga aspetti iconografici caratterizzanti dell'esperienza, pur in forma ridotta e parziale. Su questo punto però si rende necessaria l'azione del tempo nel lungo periodo. La sopravvivenza dell'immagine sarà difatti una concreta testimonianza del suo valore iconografico.

Fino a smarrirsi.

(...) non posso fare a meno di vedere la città come un grande corpo che respira, un corpo in crescita, in trasformazione, e mi interessa coglierne i segni, osservarne la forma, come il medico che indaga le modificazioni del corpo umano per leggerne la natura. Cerco incessantemente nuovi punti di vista, come se la città fosse un labirinto e lo sguardo vi cercasse un punto preciso di penetrazione.

Mi interessa leggere la sua dimensione estetica come sublimazione della sua morfologia. È per questo forse che il mio interesse e la mia attenzione non sono rivolti alla bellezza in sé, per esempio ai grandi monumenti  o all'architettura come espressione di cultura e storia, ma preferibilmente alla "città media" e in particolare alle periferie e alle zone medie, quelle nelle quali, dal punto di vista dell'architettura, la qualità dell'ambiente urbano si diluisce fino a smarrirsi.

Gabriele Basilico

Da:
Architetture, città, visioni
Riflessioni sulla fotografia

a cura di Andrea Lissoni
Paravia Bruno Mondadori Editori, Milano, 2007.
ISBN 9788842420484

Funzionare come immagini.

Nel momento in cui un'osservazione diretta dei fenomeni viene trasferita in fotografia avviene un cambiamento definitivo. Dell'esperienza in corso rimane solo una traccia ottica bidimensionale determinata dall'azione tecnica di un congegno che segue leggi fisiche di funzionamento. Questa traccia riporta l'azione della luce su una superficie ad essa sensibile. Azione simultanea che avviene durante un tempo dato di passaggio della luce attraverso l'apparato ottico, foss'anche un semplice foro.

Ciò che si ottiene, una fotografia, viene per convenzione chiamato anche "immagine". E qui nascono alcuni problemi causati dall'insufficienza del linguaggio scritto/verbale nel descrivere precisamente le cose, specie se complesse come quelle che si riuniscono nella parola "immagine".

Un'immagine è molte cose insieme. Partendo dalle più difficili da afferrare, si può dire che le immagini sono quelle figure effimere di cui facciamo esperienza specialmente nel sonno. I sogni senza immagini non esisterebbero. Evidentemente in noi avvengono dei "ribollimenti visivi" che si alimentano della materia portata nel corpo dall'attività bioculare dello stato di veglia. Questo rimescolamento è in grado di influenzare il nostro comportamento cosciente e forse persino di sostituirlo nei casi più gravi di perdita del controllo sulle nostre azioni. La metafora che mi viene più facile è quella del vulcano e del magma che in esso ribolle continuamente. Si tratta della materia plastica di cui è fatto il pianeta, ma allo stato ancora ipotetico. L'eruzione, distruttiva nell'immediato, rende possibile nel lungo periodo una rinascita planetaria in forme diverse e nuove.

Analogamente, le immagini interiori, di cui si può percepire l'agitarsi nel sogno, sono la fonte primaria di ciò che facciamo ogni giorno. Questa potente funzione esistenziale è apparsa evidente agli umani fin dai primordi della loro vita sulla Terra. Il controllo e il condizionamento dell'attività iconica di ciascun essere umano è stato sempre il terreno fondamentale di relazione e socialità. Per questo motivo, lavorare sul proprio aspetto, per esempio, in specie nelle civiltà di più antica storia come quelle orientali e mediterranee, è la prima azione visiva messa in atto. L'umanità per modificare il mondo deve prima di tutto modificarne l'aspetto. Se questo aspetto si collega efficacemente all'attività visiva interiore collettiva di una comunità, le immagini conseguenti esprimeranno appieno il loro potere di sostituzione e trasformazione della realtà esperibile in realtà iconica, quindi umana.

Quando le fotografie accedono a questo livello concettuale, entrano di fatto nel complesso processo di percezione iconica del mondo e contribuiscono a modificarlo. Per fare questo però, devono superare la soglia di base: funzionare come immagini.

Prendere lucciole per lanterne.

C'è un equivoco, forse, da chiarire.

L'osservazione è un'attività perfettamente compiuta in se stessa per la quale non serve nessuno strumento particolare. Il corpo umano ha già tutto quello di cui necessita, nel momento in cui può muoversi nelle direzioni volute e il suo cervello è correttamente connesso agli occhi.

Ogni apparato, strumento o congegno in più si rende necessario solo per dare maggiore efficienza o ulteriori finalità all'osservazione. In questo senso, inserire una fotocamera nell'attività di osservazione ha la finalità di trattenere in forma di immagine fissa degli aspetti visibili ritenuti così interessanti da essere considerati meritevoli di un'osservazione prolungata in altro tempo e luogo.

Il passaggio dall'osservazione diretta dei fenomeni a quella mediata dall'immagine fotografica non è tuttavia senza conseguenze. Gli elementi visibili subiscono delle importanti trasformazioni che se non sono ben comprese possono portare anche ad errate valutazioni su cosa effettivamente si stia guardando.

Per questo motivo la conoscenza tecnica di come si forma un'immagine nella fotocamera è essenziale sia per chi prende la fotografia direttamente nel luogo di osservazione, sia per chi la guarderà successivamente.

Ignorare questo passaggio, significa davvero prendere lucciole per lanterne.

Levigata iconografia.

Moritz Lotze. Piazzaforte di Peschiera: ponte sul Mincio, 1866. Albumina da collodio. Collezione Giuseppe Milani.
La fotografia venne quindi subito connotata dall'intervento appassionato di nobili, ecclesiastici, ottici e scienziati, oltre che dall'esteso drappello degli itineranti, che avevano diffuso un po' dappertutto il "virus" della fotografia.

Nel frattempo, però, s'era formata spontaneamente una "scuola" specifica, negli oltre dieci anni intercorsi tra l'anno dell'invenzione e il suo fondamentale perfezionamento con il collodio. Il mestiere di fotografo venne quindi appreso sempre più frequentemente a bottega, (...) il che significava disponibilità assoluta nei confronti dei desideri della clientela, specie nella ritrattistica, che doveva essere essenzialmente lusinghiera.

(...)

Anche la veduta e la fotografia d'architettura, oltre che il ritratto, risentirono subito dell'estrazione artigianale dei fotografi. Disponibili per la natura del mestiere, sempre pronti ad attribuire al soggetto soltanto le "qualità" migliori, inventandole se era il caso, come dimostra la levigata iconografia di quegli anni, che raramente mostra in un ritratto una ruga in più, o elementi estranei nella veduta di paesaggi o di architetture (...)



Italo Zannier
Storia della fotografia italiana dalle origini agli anni '50
II edizione riveduta e corretta, Editrice Quinlan, Bologna, 2012
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(I edizione, Laterza, Bari, 1986)