Voi siete Here.


Anche se riguarda solo "Torino Torino", come si diceva una volta per specificare che si era di Torino città e non della provincia, bisogna comunque dirlo in inglese. E allora eccoci qui, anzi no Here!


Here vuole essere l'inizio di un progetto culturale a lungo termine completamente autogestito dalla Assemblea Cavallerizza, un gruppo eterogeneo di cittadini che da un paio d'anni occupano la fortemente degradata  Cavallerizza Reale di Torino per protestare contro l'abbandono colpevole in cui la lascia l'Amministrazione comunale. Questa, tra l'altro, pare essere una specialità fassinista, visto che anche il Palazzo del Lavoro, l'ex Borsa Valori e il Torino Esposizioni seguono la stessa sorte. Ma sono "robe moderne" e pensavo quindi fosse indifferenza per tutto ciò che non ci avevano lasciato i qui sempre più beneamati Savoia. Invece no, ce n'è anche per loro.


Tra le varie iniziative di resistenza civile dell'Assemblea c'è una raccolta firme per indire un referendum che permetta di mantenere pubblica la proprietà del sito invece di dismetterlo a favore del tritacarne speculativo privato. Ho firmato.


Tornando a Here, si tratta di una mostra collettiva d'arte contemporanea nata da una call ("chiamata" per gli italofoni duri e puri) partita a marzo che ha raccolto l'adesione di quasi 200 artisti locali e qualche allogeno, dai più riconosciuti ai più emergenti. La mostra si estende sugli ultimi tre dei quattro piani di uno degli edifici più imponenti della Cavallerizza: l'ex Accademia militare sabauda. Bisogna dire che negli anni Settanta l'edificio fu adibito ad appartamenti in uso a dipendenti statali e loro famiglie per affitti irrisori. Alcuni vi abitarono per decenni e le modifiche che apportarono agli appartamenti furono in qualche caso notevoli.


Di quel periodo restano macerie e rovine che molti degli artisti coinvolti nella call hanno provveduto a rimuovere con le proprie mani da 150 stanze di 42 alloggi. Sulle pareti dei corridoi a fianco degli ingressi degli alloggi sono state esposte piccole stampe fotografiche che documentavano l'orrendo "stato dell'arte" trovato all'inizio. Lo stesso scherzetto il Comune lo giocò lo scorso anno a quelli di The Others per l'uso della ex Borsa Valori e a quelli di Paratissima per il Torino Esposizioni. C'è qualcosa di rieducativo e maoista nell'ideologia della Giunta comunale. Ce l'hanno con la vanitas degli artisti e li puniscono trasformandoli in sguattere del Guatemala, se proprio vogliono ostinatamente esporre le loro amate opere.


C'è da dire che mi sono eventualmente risparmiato la fatica del desbarassu (in lingua celtoligure: sbarazzarsi di quello che non serve) perché pur vivendo praticamente sulla rete H24 7/7 sono riuscito nella fantastica impresa di non saperne proprio nulla sia della call sia della successiva mostra fino ai primi report pubblicati da amici e conoscenti su Facebook. Sì, lo so, da oltre un trentennio mi rifiuto di leggere La Busiarda mentre il 99,9% dei miei concittadini se ne guarda bene dal non farlo per evitarsi proprio di essere tagliati fuori da ciò che succede in città. Se non lo pubblicano non esiste, se lo pubblicano ci si deve andare in massa perdio! Noblesse oblige!


Ad ogni modo... chi ne scriveva bene, chi male, mi sono alla fine incuriosito e nelle ultime due ore dell'ultimo giorno ho fatto un'incursione con mia moglie.


Che dire? Sembrava una The Others de noantri, sì è vero. Però... però... Le stanze non erano propriamente delle celle e non così libere dal loro passato. Poi l'affaccio dalle finestre sul parco Reale, sulla Mole e su Torino... che spettacolo mozzafiato, che competizione con le opere esposte. La visita meritava anche solo per vedere le stanze con ciò che restava del loro passato e le vedute torinesi. Come capisco gli speculatori... ma a quanto potrebbero mai vendere degli appartamenti di lusso in quel posto lì? Sarà molto dura impedirlo ragazzi.


Qualche artista l'ha capito più di altri e ha provato a giocarci: con le stanze, con le vedute. Qualcun altro ha fatto finta di niente e si è comportato come fosse in una normale galleria. Tutti però, a mio avviso son rimasti sommersi dal luogo. Forse sarebbe ora di piantarla lì con queste location (dai, sfoggio anch'io un poco di anglisch) post-qualcosa e farsi fare e dare luoghi pensati per esporre l'arte contemporanea. Punto. Non penso ci sia bisogno per forza di ingrassare qualche archistar per ottenere un parallelepipedo bianco ben illuminato e attrezzato. In fondo la famosa "scatola da scarpe" della Fondazione Sandretto può già fare in parte da modello.


In ultimo, un aneddoto autobiografico. Mia moglie scova alcune mie piccole opere nelle stanze dei 20x20 dell'iniziativa SEGNI voluta da Delia Gianti nel 2005 e ora acquisita ed esposta dal CCCT Birrificio Metzger. Lacrimuccia. Senza saperlo, esponevo Here anch'io!