Adulterazioni espressive.

Nella tradizione del fotografico si possono allineare molti nomi importanti, ma ancora di più sono gli anonimi. La maggior parte delle fotografie, ancor di più oggi, è talmente dispersa nel flusso del vivere che sovente si distaccano da chi le ha prese e viaggiano da una persona all'altra come fossero apparse per caso, senza alcuna volontà particolare. 

Questo gigantesco serbatoio visivo contiene dell'autenticità. Intesa come iconografia senza sovrastrutture di pensiero. Cotta e mangiata. Non a caso, molti dei nomi importanti, non solo di fotografi, si sono gettati a capofitto nella miniera d'oro. E proprio come i minatori, scavano e spostano quantità impressionanti di materiali di risulta pur di arrivare alla vena, al filone tanto desiderato.

C'è quindi nel funzionamento della macchina fotografica qualcosa di potente che dipende dalla sua fisica e dal suo particolare modo di trasferire la luce in forme visibili. Un'autenticità originata dallo straniamento visivo che provoca rispetto all'esperienza diretta delle cose. Tanto più forte quanto meno viene ostacolato da adulterazioni espressive.