Quello più autentico.

Nel giorno di San Valentino chiude la prolungata mostra della GAM di Torino dedicata a Claude Monet (1840-1926) con opere provenienti dalla collezione del Musée d'Orsay di Parigi.

Dello straordinario successo di pubblico si è già molto detto e scritto. Come tutti i successi esageratamente nazionalpopolari lo snobismo di chi pensa di saperla più lunga, disgraziatamente me incluso nei momenti peggiori, scatta immediatamente a declassare il fenomeno. Turismo museale da vecchie zie, spaccio strumentale di opere trite e ritrite, politica dello sbigliettamento facile e via così di denigrazione in denigrazione.

Invece devo ammettere, dopo aver ceduto in extremis al non voler aver torto per assenza, che l'organizzazione, la curatela torinese, l'allestimento del percorso espositivo  la disposizione delle sale e l'apparato didascalico sono stati all'altezza dei migliori esempi internazionali. Un connubio davvero felice tra divulgazione e serietà scientifica, almeno per quel che ne posso capire.

A 90 anni dalla morte Monet è ancora sorprendentemente vivo e vitale. Le sue opere raggiungono con pienezza di coinvolgimento persone di ogni formazione e provenienza, purché accomunate dalla sensibilità per la luce e il colore. Un miracolo non spiegabile solo con la moda o il marketing. L'arte di Monet raggiunge il fondamento del pittorico e lo attraversa con un'intensità difficilmente paragonabile.

A lungo messo in secondo piano da molta critica come padre fondatore del Modernismo in pittura, rispetto a Paul Cézanne per esempio, oggi manifesta nell'universalità dell'interesse che suscita non una superficiale facilità dell'occhio, sovente rimproveratagli in vita, bensì che l'esperienza odierna della luce, ormai praticata da milioni di persone con i loro apparati digitali, rende più comprensibili i suoi risultati pittorici, o almeno ne permette meglio l'avvicinamento istintivo, intuitivo. Quello più autentico.


(la fotografia d'apertura è un dettaglio da un ritratto di Monet preso da Nadar nel 1899)



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