L'indifferenziata platea dei senza nome.

Ho finalmente visto la mostra di Christian Boltanski alla Fondazione Merz di via Limone a Torino. Termina a fine mese e quindi chi avesse l'intenzione di visitarla farebbe bene ad affrettarsi.


L'artista è noto per i percorsi di senso che riesce a costruire con le sue installazioni. In questo caso prevale la materia del fotografico, inteso come effimero flusso di memoria collettivo. Il titolo della mostra è "Dopo" e l'esperienza che propone ai visitatori è proprio quella di un'estraniamento temporale.


Nella sala principale è stato allestito uno sguardo all'indietro verso fantasmi fotografici stampati su grandi veli appesi che scorrono in lento movimento su binari a soffitto. Lievi tracce d'esistenza: volti, figure, eventi di vita familiare, quella di chiunque. L'idea che sostiene l'artista è che il tempo scorra irrefrenabile e che l'illusione di trattenerlo sia vana.


Anche degli oggetti imprecisati, nascosti da imballi di cellophane bianco, che sono accatastati in un buio seminterrato e illuminati solo dalla scritta DOPO, disegnata  su una parete da lampadine colorate, alimentano la sensazione di qualcosa di interrotto. Di essere in fondo dei sopravvissuti dispersi tra i resti altrui in attesa di consegnare ad altri i propri. Forse per questo si viene accolti all'ingresso da uno spezzone video di un pubblico plaudente.


In una piccola stanza è invece proiettato il video dell'autoritratto lentamente metamorfico del volto dell'artista, dai tratti infantili sino all'eta matura. Ombre cinesi si agitano in un'altra stanza buia e chiusa, da osservare voyeuristicamente da una finestrella, completando così l'apparato del coinvolgimento espositivo.

Un altro video, all'ingresso, regala qualche indicazione biografica e di poetica.


L'impressione è forte senza dubbio. Il successo mondiale che Boltanski ottiene è quindi più che comprensibile. Forse però non proprio così giustificabile fino in fondo. Superata l'impressione iniziale, e dopo aver lasciato raffreddare la mente con la stessa lentezza messa in azione dall'artista, rimane il retrogusto di un concettualismo abbastanza minimale, semplificato eccessivamente direi. Nulla che un antico poeta della classicità greca o romana non avesse già saputo condensare in pochi e brevi versi.


Sento per questo motivo l'esigenza che si arrivi ad una sorta di ecologia dell'esperienza, di un ritorno alla capacità di provocare sensazioni e riflessioni con mezzi molto elementari, alla portata di chiunque. E forse le immagini fotografiche, quelle stesse usate come materia prima e rese anonime dal progetto dell'artista, posseggono già questa dimensione più diretta e sostenibile.


Forse la rivalutazione della tradizionale pratica di farsi da se stessi le fotografie, quelle che magari finiscono invece accatastate nella fossa comune scavata da un Boltanski o da quelli che, come lui, usano le fotografie altrui come fossero ciottoli raccolti lungo un fiume, potrebbe favorire un recupero di dignità esistenziale e un superamento della dimensione dell'artista visto oggi come gran sacerdote del rito iconico collettivo, celebrato nelle chiese dell'arte contemporanea per l'indifferenziata platea dei senza nome.