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Visualizzazione dei post da Gennaio, 2016

Fotografia criminale (parte I).

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Per qualche congiunzione astrale, in questo momento ben tre mostre torinesi contengono riferimenti più o meno diretti alla fotografia criminale. Intesa come applicazione scientifica della tecnica fotografica allo scopo di determinare la veridicità di alcuni fenomeni. Non tanto documento quindi, quanto vera e propria "prova", processuale persino. Sarebbe per questo piuttosto interessante metterle insieme in un unico testo, ma per non tediare oltre misura con pistolotti chilometrici inadatti ad un blog, ne scriverò in tre articoli separati.


Inizio dalla mostra più ampia e ambiziosa. Quella ospitata da Camera, Centro Italiano per la Fotografia. Si tratta della seconda mostra dopo quella d'apertura, l'antologica dedicata a Boris Mikhailov. Il titolo è "Sulla scena del crimine. La prova dell’immagine dalla Sindone ai droni. Una coproduzione franco-anglo-olandese ideata da Diane Dufour e altri, nella versione allestita per Camera da Marco Palmieri.


Il tema della crim…

Il vuoto senza rimedio.

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Una fotografia cos'altro è se non il prelievo ottico della traccia durevole di qualcosa che per un dato tempo è stato lì davanti alla fotocamera a riflettere o emettere luce? Qualsiasi forma prenda questa traccia rimane comunque un doppio. C'è un fenomeno e c'è la sua derivazione visiva.

La distanza che intercorre tra l'originale e il suo doppio è tutto quello che serve per scatenare l'estremo interesse che circonda le fotografie. Ognuno la pensa a suo modo, fioriscono le teorie, ma è questo lo scarto incolmabile, il vuoto senza rimedio.

Per restarne immuni.

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Mi stupisce come proprio tra i fotografanti sia così diffusa la confusione tra strumento e congegno. Ricorrono sovente i paragoni tra fotocamere e pennelli, violini o qualsiasi altro strumento espressivo. Dimenticando che nessun pennello produce immagini finite e nessun violino suona musiche già bell'e pronte semplicemente premendo un pulsante.

Una macchina invece sì, produce oggetti finiti. La fotocamera è una macchina. Le immagini le regala a qualsiasi fotografante che non abbia altro merito che saper premere un pulsante, anche virtuale sul display di uno smartphone. Provino i fotografanti, "evoluti" in specie, a dipingere anche solo un centimetro quadrato delle loro più belle fotografie, di cui vanno tanto fieri. Difficilino vero? E suonare una chitarra? Basta entrare in un negozio e comperarla? Con le fotocamere non serve altro invece.

Ma dicono: però io scelgo, io seleziono, io decido il punto di vista, io, io, io. Tu non fai un bel nulla senza la tua macchina, puo…

Molti equivoci e pretese.

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Penso sia innegabile che ciascun patentato guida l'automobile a modo suo. Certo, esistono delle regole generali che limitano la "creatività", ma sostanzialmente non esistono due persone che guidino alla stessa maniera. Questo capita con ogni macchina.

Esistono poi modelli diversi di automobili. Per fare chilometri in autostrada alcune sono più adatte di altre, così come per andare sulle mulattiere alpestri o a zonzo per la città. Insomma il rapporto con la macchina, in questo caso l'automobile, è soggettivo e dipende dall'uso che si desidera farne, entro certe regole generali di funzionamento.

Basta questo per sostenere che mentre si guida si sta "interpretando" la strada? Oppure che la strada che si percorre non è reale, ma una rappresentazione del tutto soggettiva? Due domandine che se applicate al fotografico toglierebbero di mezzo molti equivoci e pretese.

Meno è meglio.

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C'è come una linea sottile, ma ben evidente, che separa il fotografico in due procedure differenti. La prima consiste nell'accettazione di ciò che il congegno produce, la seconda nel suo superamento visivo. Entrambe alla fine coltivano la speranza di ottenere delle immagini di un qualche valore estetico, o anche di utilità pratica.

A mio parere l'accettazione coglie la vera novità dell'immagine automatica: il fatto di non venire partorita direttamente dal sistema occhio/cervello/corpo umano.

Il superamento invece riporta tutto nella tradizione, da quando cioè il sistema ottico della camera obscura si infiltrò come un virus nella rappresentazione pittorica, in specie prospettica, ma non solo. Da allora, gli specialisti che fanno immagini cercano continuamente di trarre beneficio, ma anche di ridurre al proprio volere, ciò che viene prelevato da un congegno ottico/fotografico.

Quindi, mai come nel fotografico, meno è meglio.

Date a Cesare quel che è di Cesare.

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Lo so che a lavorare di fretta si finisce a volte per sbagliare qualcosina, ci mancherebbe. Però, se qualcuno de La Stampa mi leggesse mai, potrebbe avvisare in redazione che il sottotitolo dell'articolo dedicato alla scomparsa di Cesare Colombo risulta ridicolo, se non pure vagamente offensivo?

Sì, perché uno nato nel 1935, anche se è tra i più importanti fotografi sociali del Dopoguerra, mica può morire a 70 anni nel 2016. Almeno nella versione web, ponete rimedio per favore.

Date a Cesare quel che è di Cesare.


L'indifferenziata platea dei senza nome.

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Ho finalmente visto la mostra di Christian Boltanski alla Fondazione Merz di via Limone a Torino. Termina a fine mese e quindi chi avesse l'intenzione di visitarla farebbe bene ad affrettarsi.


L'artista è noto per i percorsi di senso che riesce a costruire con le sue installazioni. In questo caso prevale la materia del fotografico, inteso come effimero flusso di memoria collettivo. Il titolo della mostra è "Dopo" e l'esperienza che propone ai visitatori è proprio quella di un'estraniamento temporale.


Nella sala principale è stato allestito uno sguardo all'indietro verso fantasmi fotografici stampati su grandi veli appesi che scorrono in lento movimento su binari a soffitto. Lievi tracce d'esistenza: volti, figure, eventi di vita familiare, quella di chiunque. L'idea che sostiene l'artista è che il tempo scorra irrefrenabile e che l'illusione di trattenerlo sia vana.


Anche degli oggetti imprecisati, nascosti da imballi di cellophane bianco,…

Quell'ultimo istante.

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Ieri la voce di Cesare Colombo ha smesso di illuminare quello che toccava. L'ombra di questo imbrunire italiano, e milanese in particolare, si è allargata un po' di più. La notte appare ora più lunga e piuttosto fredda. I sopravvissuti si scalderanno ai loro focherelli privati, ma non ci saranno nuove albe se qualcun altro non oserà sfidare tutto e tutti e proseguirà a chiedere a se stesso e in giro dei perché, non accontentandosi di risposte vaghe e di circostanza. Senza curiosità intellettuale, sincera e appassionata, si tratta solo di aspettare una fine già in essere. Cesare dalla sua ha fatto una cosa grandissima e rara: è morto vivo, è morto perché si deve morire, ma non prima di quell'ultimo istante.

Una di noi!

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Oh raga, una cosa pazzesca. Stavo pulendo la mia Fuji col 23mm fisso dopo aver fatto la mattinata in centro a cuccare gente, turiste meglio, per tirar fuori le emozioni, la verità delle sensazioni che come scosse elettriche invadono la città, ed ecco che mi arriva il whatsapp di un amico: "c'è la Maier da Meravigli".

Figata pazzesca! Finalmente è arrivata anche qui a Milano, lei l'unica stella nascosta, la più brillante, quella che ha spaccato alla grande, meglio dei tanto strombazzati che sappiamo, ma stava per non essere mai conosciuta. Meno male che un'anima gemella, uno street photographer che per campare faceva altro, ha beccato all'asta tutte quelle foto, una miniera di diamanti, una più forte dell'altra. Corriamo a metterci in fila, dai! Una di noi! Una di noi!

Una storia infinita.

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Da qualche anno al Castello di Miradòlo si svolgono esposizioni di pittura, alcune a cura di Vittorio Sgarbi. Mi era già capitato un paio d'anni fa di visitarne una sua dedicata al Tiziano e l'avevo trovata molto ben realizzata in ogni aspetto. Di recente ho avuto modo di vedere anche questa su Caravaggio e il suo tempo, che resterà aperta fino al 10 aprile prossimo.

Ne scrivo qui perché, nonostante siano molte le cose che mi allontanano dal personaggio mediatico "Sgarbi", trovo che in occasioni come queste riesca a trovare un equilibrio raro tra erudizione e divulgazione. Equilibrio che riesce a favorire riflessioni utili anche in persone non addentro alle questioni più specialistiche.

Nel caso specifico, si pone l'accento sull'importanza rivoluzionaria di Caravaggio come pittore che sposta il centro dell'attenzione dal tema del "bello" a quello del "realismo". In sintesi, preannuncia sia con i metodi sia  con i concetti quella defi…

Non è questione di gusto, ma di testa.

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Sai, è come quella storia che se ti sballi sei più creativo e fai cose più fighe, opere d'arte persino. Capita in effetti, ma solo a chi artista lo è anche da sobrio. Gli altri si stonano e basta e le eventuali opere che dovessero produrre sono solo porcherie e basta.

Così capita anche con l'alterazione delle immagini fotografiche. Hai voglia a pacioccarle in ripresa, in camera oscura, in postproduzione, sempre porcherie restano se a farlo è chi pensa che sparigliando qualcosa possano poi venir fuori robe fantastiche.

Non è questione di gusto, ma di testa.


Una sola vita umana.

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For me the music is the color. Not the painting. My music allows me to paint-myself.

(David Bowie, 1947-2016)


Nel giorno in cui viene diffusa la notizia della sua morte fioriscono innumerevoli manifestazioni di partecipazione al lutto. La cosa stupisce, e forse irrita, solo quanti siano riusciti nella fantastica impresa di  non inciampare mai, nemmeno per sbaglio, in una sua canzone, film o videoclip.

Il Duca Bianco è stato un artista che ha fatto della moltiplicazione spettacolare di se stesso in ogni versione, immaginabile e no, la sua performance fondamentale. Aveva capito molto presto che la sua esistenza sarebbe trascorsa nella fusione cangiante di invenzioni musicali, vocali, attoriali, iconiche in un vortice centrifugo verso la dispersione planetaria di tanti autoritratti in forma illusionistica. Non a caso, nella citazione d'apertura di questo post accosta la musica al colore e alla pittura. Pittura che poi arriverà anche a praticare.

Non esistono generi, specializzazion…

Di ogni immagine fotografica.

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Quella in corso al MAO di Torino è una mostra altamente consigliabile. Espongono tappeti cinesi di raffinata manifattura in prevalenza sette-ottocentesca. Provengono dalla Città Proibita e da altre sedi esclusive del potere imperiale plurisecolare. A parte l'allestimento, e l'illuminotecnica, curati in ogni dettaglio, accompagnano il visitatore anche una musica ed un gioco di luci quanto mai gradevoli.

La cosa però più interessante è che pur non sapendo nulla di tappeti, e non avendo nemmeno un interesse a volerne sapere davvero qualcosa, si rimane comunque catturati dalla maestria messa in atto nell'ideazione e realizzazione delle decorazioni. Confluiscono in esse filosofie ancestrali, concezioni religiose, conoscenze tecniche e, come sintesi di tutto questo, una capacità di mettere insieme forme, colori e segni davvero straordinaria.

Non stupisce che diversi artisti occidentali abbiano rinnovato il loro pensiero studiando l'Oriente. C'è qualcosa per noi di diffic…

La fotografia al tempo degli smartphone.

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Il 7 gennaio 2016 a Torino è iniziato il tour nazionale di presentazione del libro “iRevolution - Appunti per una storia della mobile photography” scritto da Irene Alison per i tipi di Postcart Edizioni. La serata si è svolta alla Libreria Bodoni di via Carlo Alberto 41 a cura di Phom Fotografia e con la partecipazione di Irene Opezzo, photoeditor de La Stampa.

Per coincidenza, lo stesso giorno, ma 177 anni prima, veniva annunciata a Parigi la nascita della fotografia. Dopo nemmeno due secoli, sembra che una specie di mutazione genetica, chiamata iRevolution dalla Alison, stia trasformando la fotografia come l’abbiamo fin qui conosciuta in qualcosa d’altro.

Durante la presentazione l'autrice ha più volte sottolineato le nuove possibilità che la rete sta aprendo in specie alla fotografia d'informazione e documentaria, che vede invece drammaticamente crollare il suo mercato mediatico cartaceo di riferimento. Nuove figure professionali di storyteller audiovisuali stanno emergend…

Grasso che cola.

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In mancanza di parametri oggettivi per ottenere valutazioni critiche sugli atti che si compiono, si tende a considerare l'apprezzamento del prossimo, che si esplica in via onerosa o meno, come un segnale positivo.

In questo senso, il massimo riconoscimento possibile è il ricevimento di denaro in cambio della propria opera, in misura ovviamente ritenuta almeno congrua da ambo le parti. Quando questo non accade, il succedaneo immediatamente più ambito è il "like", in genere offerto con una certa generosità sui social, ma anche direttamente in modo più tradizionale, con grandi pacche sulle spalle e premi vari, all'interno dei consessi di settore.

La misura della qualità di un atto è perciò tutta contenibile nella relazione intercorrente tra chi lo compie e chi lo apprezza. Ne deriva che chi ambisca ad ottenere risultati davvero interessanti, farebbe bene a tenere in gran conto quei riconoscimenti che si trovi a ricevere da coloro che stima per intelligenza e compet…

Letteratura per anime belle.

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Aveva perduto tutto. Non gli rimaneva che il mare. Un infinito luogo dove potersi annullare. Il suo essere si confondeva con il resto del mondo. Sembrava che ogni cosa avvertisse il suo tormento.

Per fortuna era solo un tale che per caso si trovava a stare lì mentre prelevavo questa fotografia e mi funzionava da perno ottico per l'immagine che stavo componendo. Il resto è letteratura per anime belle

Imprecisati e indeterminati.

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C'è anche una memoria tattile, così come per ogni altro organo di senso umano. La connessione però contiene comunque immagini. Sembrerebbe quindi che le immagini svolgano una funzione di collegamento e recupero, come degli hashtag visivi, essenziale per l'attività cerebrale.

Le immagini, a questo livello, sono richiami frammentari a frazioni temporali brevissime composte da visioni oculari che in un dato tempo e luogo hanno avuto origine, ma non sono necessariamente in connessione diretta con la funzione di richiamo che svolgono. Manca una narrazione, un codice.

Ci sono qui punti di contatto molto interessanti con le fotografie, prese singolarmente, come tracce visive equivalenti a sguardi, persino meglio se imprecisati e indeterminati.



Non c'è il mentre.

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Lavo i piatti volentieri, da sempre. Mi insegnò mia madre, per darle una mano in casa mentre lei era a lavorare. Insomma, questo solo per dire che se facessi lavare i piatti da una lavastoviglie nessuno mi darebbe molto credito quando dovessi dire: "ho lavato i piatti".

Con le immagini è la stessa cosa. Se le fai con le tue manine sante, puoi legittimamente dire in giro che le hai fatte tu, proprio tu; se invece le tiri fuori già fatte da una macchina sei decisamente meno credibile. Noi in Italia la chiamiamo appunto "macchina fotografica" e questo rende bene l'idea.

Sì, ok, calmi, conosco già l'obiezione: c'è il pre e il post. Lo so, ma non c'è il mentre.