L'eclisse della qualità.

©2015 Fulvio Bortolozzo.
L'eclisse della qualità. Questo è il primo pensiero, rivedendo Michelangelo Antonioni, mentre la parte finale del suo film L'eclisse scorre davanti agli occhi e la luce diurna attorno a me si riposa.

C'è qualcosa di perduto, dimenticato. Una capacità di trattenere le parole, di non dire perché è più importante guardare, instancabilmente, come se le cose, la luce, i rumori stessi, fossero tutto.

Esiste un quotidiano, l'eclisse ce lo ricorda. Nel quotidiano si svolge l'esistenza di ogni essere umano. Giorno dopo giorno, per un numero limitato di giorni. Ogni fuga, e ne aumentano di continuo, da questo semplice dato di fatto è una corsa verso il vuoto di una vita allucinata, senza ritorni possibili.

Il fotografico, come atteggiamento prima di ogni altra cosa, può essere una chiave utile per riaprire la porta del senso. Mettersi lì, guardandosi attorno, senza interessi precisi o intenzioni particolari, ma con le mani in tasca, strette a pugno, come a voler trattenere qualcosa.

Oggi imparo dall'amico Enrico Prada che questo è il quinto paragrafo, per lui l'ultimo che un lettore di blog possa sopportare. Cinque come i sensi. A lui lo dedico quindi, perché sentiamo entrambi con ogni senso, io solo mi trattengo più volentieri prima del dire, lui dice più volentieri.


Nonostante tutto.

©2015 Fulvio Bortolozzo
La sensazione, sgradevole, che provo da un po' di tempo a questa parte è quella di vivere dentro la fine storica di qualcosa. Una sorta di regressione progressiva verso forme di convivenza umana via via peggiori. Come se un forellino invisibile stesse svuotando lentissimamente, ma irrimediabilmente, tutto il vaso esistenziale in cui ho avuto la fortuna di nascere e vivere fin qui.

Con questa sensazione addosso, la pratica del fotografico diventa una forma di resistenza passiva. Un voler continuare a comportarsi come se nulla stesse accadendo, ma guardandosi comunque attorno. Cercando conferme, accettando smentite.

La fuga nelle visioni  multimediali lisergiche non lo ritengo un rimedio utile, nemmeno come placebo oculare. Meglio finire, se di questo si tratta, stando lì davanti alle cose. Un muto osservare, che diventa un esistere, nonostante tutto.

Il cavallo di Troilo.


Rubo il titolo ad un commento che ho letto su Facebook, me ne scuso con l'autore, ma è troppo calzante. 

Insomma alla fine della storia la città oscura di Giovanni Troilo non era Charleroi, ma il World Press Photo. Una città fatta di ipocrisie, confusione etica, maramaldeggiamenti deprimenti.

Certamente il fotografo ha messo in scena diverse delle immagini che ha presentato al concorso. Ancora più certamente le sue didascalie potevano depistare degli ingenui lettori. Però se il borgomastro di Charleroi non avesse fatto la sua intemerata, sarebbe andato tutto bene Madama la Marchesa. I giurati del concorso, e chi lo dirige, si sarebbero beati della visibilità data ad un nuovo talento e avanti con la prossima edizione.

Trovo particolarmente vile, e quindi eticamente scorrettissimo, che per salvarsi il culo, scusate il francese, quelli del WPP abbiano ordito una trama cinica e bara per fare in modo che a perdersi fosse il solo fotografo. La richiesta di precisazioni sul contesto delle riprese era pelosa, serviva a spostare la luce dell'indignazione generale dal premio al fotografo, rendendolo il capro espiatorio perfetto per una situazione che invece lo vede come vittima. Vittima di un sistema mediatico prontissimo ad ingoiare tutto e il contrario di tutto, lasciando che a morire di guerra o ludibrio siano quelli sul campo, quelli che, comunque facciano, anche in malafede perché no, pagheranno sempre e solo di persona. Mentre chi ha selezionato quella serie di Troilo, chi lo ha poi messo in cattiva luce internazionale facendo il pollice verso, così salvando la propria autorità, se ne sta ora comodamente seduto ad aspettare di premiare ed escludere i prossimi gladiatori  dell'informazione. I quali busseranno inevitabilmente il prossimo anno per avere un pìatto di minestra calda con cui giustificarsi della vita vagabonda e grama che tocca loro di fare.


La Camera di Lorenza e Francesco.

Questa sera nell'aula Magna dello IED di Torino, Lorenza Bravetta e Francesco Zanot hanno raccontato, penso per l'ennesima volta, la loro attuale avventura: Camera, centro italiano per la fotografia.

L'apertura della sede con la prima grande mostra, una retrospettiva sul fotografo ucraino Boris Mikhailov,  è purtroppo rinviata da maggio a settembre. Nel frattempo, parteciperanno al Miart e ad altri eventi, conferenze e dibattiti per entrare comunque nel vivo delle discussioni sulla fotografia contemporanea portando il loro punto di vista.

Camera promette di essere qualcosa di importante, un nodo di connessione tra la frammentaria situazione nazionale e il resto dell'ambiente internazionale più avanzato. Un modo organico per far sentire, e pesare, la presenza italiana nei contesti che contano, con particolare riferimento all'arte contemporanea, ma non solo.

Le luci e le ombre ci sono, ma è davvero troppo presto per dire quale sarà la loro combinazione nell'autoritratto di questa nuova istituzione. Se ne riparlerà tra un biennio. Per ora registro con piacere come a prima vista l'entusiasmo fresco e convincente di Lorenza, ottima conoscitrice dei meccanismi di settore e quindi del posizionamento che dovrà raggiungere Camera, sembra combinarsi molto bene con l'approccio curatoriale di Francesco, certamente molto attento al tema della qualità concettuale delle proposte che verranno messe in campo.

Non resta che formulare un sentito "In bocca al lupo" e stare a vedere se e come creperà.