Il cuore vero del fotogiornalismo.

Mi è stato detto che scrivo troppe parole. Capisco che leggere sulla rete non è come leggere sulla carta. Tenterò quindi d'ora in poi di essere ancora più sintetico e breve.




Il borgomastro di Charleroi chiede al World Press Photo che venga ritirato il premio conferito a Giovanni Troilo per la serie intitolata "Il cuore nero dell'Europa". Il giornalista Michele Smargiassi intervista al telefono il fotografo per conoscere la sua reazione. Uno dei soggetti, il cosiddetto "obeso" è Philippe Genion, scrittore ed editore, il quale replica con intelligenza al testo di accompagnamento del suo ritratto in posa realizzato da Troilo.

Chi lo desidera, cliccando sui link può approfondire la questione. A me qui preme solo rimarcare che le immagini vivono di vita propria, così come le parole. Ogni immagine o parola si contrappone ad altre immagini e parole. In pratica sono mondi paralleli, visionari sovente, che possono intersecare la nostra esperienza esistenziale della vita, ma non di più. Al fotogiornalismo si chiede invece un sovrappiù di aderenza alle cose, nel tentativo di costruire, con parole e immagini, un ponte utile per la formazione di un'opinione basata il più possibile sui fatti accaduti. Qui la faccenda si complica. Esagerare con le finzioni visive basate su fatti realmente accaduti, ma ripresentate ad arte seguendo i metodi della staged photography, magari mescolandole pure con altre immagini prese nello svolgersi di fatti, didascalizzati però in altro modo, porta la conseguenza della perdita di credibilità di quanto viene scritto e fatto vedere. Quindi porta alla fine della funzione per cui dovrebbe esistere una cosa che si è a lungo chiamata "fotogiornalismo".

Già troppe parole, lo so. Mi ci va del tempo, ma migliorerò.



C'era una volta... e ci sarà per sempre.

©W. Eugene Smith—TIME & LIFE Pictures/Getty Images

























Altro elemento d'interesse del recente World Press Photo è stata l'esclusione del 20% delle immagini selezionate dalla giuria per eccesso di manipolazione. Si è arrivati a questa decisione confrontando il file RAW con il file mandato al concorso. Quando veniva considerato stravolto il visivo finale rispetto alla fotografia presa sul campo essa veniva eliminata. Tra l'altro, non mi è noto se ancora qualcuno osi mandare file ottenuti per scansione da pellicole o stampe da pellicola. Il salvifico "negativo originale" temo che oramai sia roba museale.

Comunque sia, il fotografico ha una relazione molto pericolosa, da sempre, con l'informazione giornalistica. Il giornalismo d'inchiesta, quello serio "all'americana", da noi per la verità molto poco praticato, prevede che ogni asserzione scritta sul giornale sia sostenuta da prove, meglio se inconfutabili, ma comunque almeno verificabili. In questo senso, servono dei "documenti". L'utilità essenziale di un documento sta nella sua relazione diretta e incontrovertibile con il fatto al quale si riferisce. Inutile farla lunga su questo punto: il mitico caso Watergate sta lì ad esemplificare perfettamente quello che intendo.

Le cose si complicano maledettamente però quando dal documento verbale o scritto si passa al visivo. Una fotografia, così ambigua per natura, come può mai diventare per davvero un documento, una prova verificabile di un fatto? Ecco che nascono così mille problemi nel discriminare il vero dal falso.

Penso però che in fondo si tratti solo di un grande equivoco concettuale. L'unico modo affidabile per il quale una fotografia possa ambire ad essere un documento effettivo sta nel fatto che sia presa dal diretto interessato per suoi motivi privati. Serve quindi una certa inconsapevolezza operativa.

Ogni qual volta invece la fotografia viene presa consapevolmente per precisi intenti informativi e/o comunicativi il suo valore documentale scende vicino allo zero. Solo tracce residue di inconsapevolezza potrebbero ancora sopravvivere ed aiutare all'emersione di un valore documentale.

In conclusione, è perfettamente inutile discriminare tra fotografie manipolate e non manipolate al WPP perché siccome sono consapevolmente presentate al concorso da persone che sanno quello che fanno e anche benissimo perché lo fanno, tutte le fotografie sono manipolate. Non sono documenti validi, ma solo immagini che contengono il punto di vista, sovente narrativo, di un autore, così come capita per l'articolo scritto da un opinionista o il racconto di un romanziere.

Al World Press Photo, in sintesi, si premia chi riesce ad azzeccare l'immagine, o le immagini, che manipolano così bene il visivo da far sembrare verosimile e credibile ciò che invece è sempre e solo una finzione soggettiva di un autore. Insomma si premia chi riesce a centrare la fiaba che i giurati desiderano sentirsi raccontare in quel momento. C'era una volta... e ci sarà per sempre.

Dieci vincenti, nove viventi.

Il World Press Photo 2015 ha decretato i suoi vincitori. La notizia di rilievo è che ben 10 su 45 sono gli italiani arrivati sul podio nelle varie categorie: due primi premi,  tre secondi e cinque terzi. Un medagliere "olimpico" di tutto rispetto; da far invidia a nazioni  molto più potenti della nostra nel settore dell'informazione mediatica.

Togliendosi un momento dal cono di luce abbagliante del WPP viene però da chiedersi a cosa si debba questo miracolo fotografico italiano, a fronte di un'editoria nostrana in coma profondo? Penso lo si debba innanzitutto a uomini, per ora le nostre connazionali latitano nei premi di questo contest pur invece primeggiando nello sport. Uomini giovani che non si rassegnano al Paese in cui gli è capitato di nascere e che, nonostante la deprimente situazione interna, escono dai confini e portano il loro talento a contatto con il mondo.

Se c'è una cosa che connota il fotografico rispetto ad altre esperienze delle arti visive tradizionali, è proprio questo dover per forza essere in presenza di ciò che viene preso come immagine. Il che richiede doti psicofisiche non da tutti, specie se la presenza è sui fronti di guerra o nelle situazioni di maggior degrado umano. Quindi c'è una componente iconografica mai abbastanza valorizzata nel lavoro di un fotografo come quelli che concorrono al WPP: il coraggio. Coraggio non solo fisico, anzi. Un morale fuori dal comune deve sostenere chi voglia perseguire il suo progetto perché veramente moltissimi sono gli ostacoli di tutti i tipi da superare prima di arrivare a dei pubblicati e poi a esposizioni, libri e a tutto il corollario del riconoscimento. Andy Rocchelli questo coraggio lo aveva, ma non ce l'ha fatta ad arrivare vivo al suo premio.

Giusto omaggio ai coraggiosi quindi, senza dimenticare però che sono troppo soli, troppo lasciati a loro stessi da un sistema dell'informazione nazionale in crisi, non solo economica, ma soprattutto di identità ed etica professionale. Stampare carta per far felici gli inserzionisti, in fortissimo calo peraltro, anche se son quasi solo più loro a pagare gli stipendi, è un vero e proprio suicidio collettivo, meritato aggiungo. Spero vivamente che l'esempio dei coraggiosi di quest'anno, come di chi li ha preceduti e li seguirà, possa innescare un recupero di dignità, un ritorno alle vocazioni sincere e alle idee libere, e non monetizzabili a comando, che da troppi anni faticano ad esistere nell'ambiente dell'informazione, e non solo, del nostro Paese.

In chiusura, l'elenco dei 10 vincitori italiani al World Press Photo.

CONTEMPORARY ISSUES
Giovanni Troilo - 1° premio (stories)
Giulio Di Sturco - 2° premio (stories)
Fulvio Bugani - 3° premio (singles)

DAILY LIFE
Michele Palazzi - 1° premio (stories)
Turi Calafato - 3° premio (stories)


PORTRAITS
Andy Rocchelli - 2° premio (stories)
Paolo Verzone - 3° premio (stories)

GENERAL NEWS
Massimo Sestini - 2° premio (singles)
Gianfranco Tripodo - 3° premio (singles)

NATURE
Paolo Marchetti - 3° premio (stories)


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