Così allegramente nell'errore.

C'è un errore di fondo nel concetto di missione fotografica, un errore che dalla primigenia Mission Hèliographique fino ad oggi rimane bellamente ignorato. Nasce dall'idea che un corpo di fotografie ben organizzato possa descrivere dei fenomeni visibili, per un dato tempo in un dato luogo, con una chiarezza interpretativa in qualche modo utile alle istituzioni, ai decisori pubblici e privati e a chiunque sia interessato ai soggetti o ai temi assegnati.

Nella realtà storica, nessuna missione ha mai portato agli effetti enunciati nelle dichiarazioni ufficiali d'apertura. Al massimo, dopo una mostra, e magari un catalogo, tutto finisce archiviato e dimenticato. Un tempo in qualche deposito o cantina, oggi anche sulla rete. A volte in sordina, con un certo imbarazzo, altre volte con un po' di millanteria vanesia e autoreferenziale.

I monumenti francesi eliografati nell'Ottocento, la crisi economica nelle aree rurali negli States degli anni Trenta, le regioni francesi negli anni Ottanta della DATAR, la Provincia di Milano descritta ne l'Archivio dello spazio degli anni Ottanta-Novanta, la riedificazione di Beirut negli anni Novanta, solo per fare alcuni esempi famosi, non hanno visto modificare in nulla le trasformazioni economiche, sociali e politiche per mezzo delle fotografie realizzate dalle relative missioni.

Non paghi di tali insuccessi, in Italia si continuano oggi ad affidare a fotografi, anche di valore, nuove missioni territoriali, promosse e finanziate con le dichiarate migliori intenzioni, che continuano a finire in una mostra, e magari un catalogo, per poi venire come al solito archiviate e dimenticate.

Forse si potrebbe anche iniziare a prendere finalmente coscienza che non esiste alcuna reale relazione di utilità concreta tra l'atto fotografico di descrizione di un dato tempo e luogo ed eventuali altri atti che nel pubblico e nel privato possano trarne beneficio e orientamento. Lo so: curatori, fotografi, funzionari pubblici, amministratori locali, addetti stampa e alle pubbliche relazioni, sponsor, manager, politici, ecc. ci campano e ci si fanno da sempre belli con i loro referenti. Ecco forse spiegato il perché si persevera così allegramente nell'errore.



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