E son salito all'alpe.


 Una mostra costruita come un viaggio nello spazio e nel tempo: "Pastori dell'alpe.100 storie, 100 volti per nutrire il Pianeta". Questa ho finalmente attraversato a Villa Burba di Rho, portandovi qualche mia parola di sintesi, quasi in chiusura.



Il viaggio parte dalle periferie milanesi di Carlo Corradi, perse nella nebbia digitale provocata dal sovraccaricare di sottoesposizione il sensore fin quasi alla sua resa totale. Con questa raffinata distorsione tecnica Corradi raggiunge nuove possibilità di ri-presentare un quotidiano da pendolare e costruisce tracce percorribili non più verso la destinazione obbligata, ma direttamente all'origine stessa dell'immagine automatica.


Abbandonata la pianura urbanizzata, si passa dentro l'iconografia del paesaggio Trentino, così come viene voluta e diffusa dal suo interno, tramite i canali istituzionali. Qui dominano i colori accesi, le verticalità architettoniche delle Dolomiti, l'idea di un luogo solo in parte abitabile e alterabile dall'antropizzazione. La funzione a cui devono rispondere le fotografie è quella geoturistica. La selezione esposta estrapola quelle più vicine all'inevitabile forza visiva che i luoghi contengono, senza però mai oltrepassare la soglia di una spettacolarizzazione gratuita. Il testo di Alessio Bertolli, botanico e ricercatore del Museo Civico di Rovereto, aggiunge poi notizie utili per meglio avvicinarsi all'habitat alpestre.


Ormai trovandosi in quota, ed avendo avuto tempo per acclimatarsi, giunge il momento di incontrare i protagonisti, innanzitutto i bovini, con l'intervento inatteso delle riproduzioni fotografiche, anche in dettaglio, dei disegni di un pittore, Carlo Sartori (1921-2010). Disegni di mucche degli anni Settanta, pieni di espressività e partecipazione, secondo un filone che all'epoca comprendeva diverse esperienze artistiche individuali, sovente riunite dalla critica un po' troppo sbrigativamente nel genere naïf  e che meriterebbero oggi nuovo studio e attenzione.


Infine eccoci di fronte al cuore pulsante dell'esposizione frutto di un lavoro di ricerca sul campo della curatrice della mostra Roberta Bonazza, durato circa tre anni. Nella sala, appesi con fili di nylon, ottanta volti di malgari e casari attivi fino agli anni Sessanta puntano i loro sguardi sul visitatore.


Passando tra di essi, essendo i supporti bifacciali, l'impressione allucinatoria è quella di trovarsi in una piazza piena di gente che ha qualcosa da dirti. Sotto ogni immagine difatti un breve testo, estratto dal dialogo avvenuto con la curatrice, riporta episodi della loro esistenza che sono rimasti ben vivi nella memoria, anche a tantissimi anni di distanza.
Qui la complessità del progetto curatoriale tocca il suo vertice. L'immagine che prende piede è quella che viene formandosi nel visitatore, disponibile al coinvolgimento, mettendo insieme ciò che ha incontrato fin'ora, con le parole, i volti e il movimento tra l'uno e l'altro dei malgari rappresentati.


Le fotografie hanno le provenienze più diverse: dall'unica posseduta e presa per un documento, o il giorno del matrimonio, a quelle prese dalla curatrice stessa. L'installazione, e la scelta del bianco e nero, evitano però confusione e disomogeneità. La proprietà tipica dell'immagine fotografica di far trasferire rapidamente l'attenzione da se stessa al soggetto ripreso funziona come macchina del tempo e consente qui a Rho di partecipare ed esperire, a proprio modo, vite, luoghi e discorsi che sarebbe del tutto impossibile poter ritrovare, se non in piccola parte, oggi direttamente sul posto.


Al fondo della sala, venti fotografie a colori di giovani malgari concludono il viaggio. Sono vite diverse, spesso ritorni all'alpe e alle malghe che non proseguono il mondo precedente, ma ne reinventano adesso uno nuovo. Un mondo reso possibile dall'istruzione, dalla tecnologia e dalle vie di comunicazione che tornano a restituire l'opportunità di una vita di lavoro alpestre sostenibile. Una controtendenza, dopo decenni di abbandono, che lascia ben sperare.

Difficile per me staccarsi da questo viaggio. Ho ripercorso l'esposizione più volte ed ogni volta mi sono soffermato su aspetti diversi. Segno di quanto la progettualità di Roberta Bonazza mi abbia coinvolto. Spero davvero che la riapertura della mostra in Trentino, e nelle successive sedi che auspico si aggiungeranno, possa incontrare il pubblico attento e sensibile che ampiamente merita.




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