Ciò che si pensa di sapere.

©2015 Fulvio Bortolozzo.
Certamente le immagini che vivono in ogni umano tendono a fuoriuscirne in mille modi. La vita umana stessa sarebbe impossibile altrimenti. Anche in una fotografia questo può accadere. Più spesso, almeno qui in Italia, capita per tramite delle parole, sovente unite ai gesti e al comportamento se sono pronunciate a voce invece di  essere scritte. Un diluvio universale di parole che sommerge ogni cosa.

Tutto è raccontabile, spiegabile, comunicabile. In ogni figura si nasconde un'emozione, un messaggio, un significato che può venir detto e reso evidente. Un'ansia montante di colmare ogni vuoto possibile perché il vuoto fa orrore, sembra non vita.

Eppure, remando controcorrente, forse la migliore opportunità offerta dall'immagine automatica che chiamiamo fotografia è proprio quella di aprire un varco verso l'ignoto, l'indicibile, l'inumano. Una stasi, una soluzione di continuità nel flusso esistenziale che consente di trovare una sponda diversa, finalmente muta. Uno spazio vivibile dove riposarsi.

Perché questo accada davvero, proprio alle immagini fatte di parole è necessario rinunciare. Se una fotografia è dicibile, scompare. Torna parola e così si riduce a ciò che si pensa di sapere.

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