C'era una volta... e ci sarà per sempre.

©W. Eugene Smith—TIME & LIFE Pictures/Getty Images

























Altro elemento d'interesse del recente World Press Photo è stata l'esclusione del 20% delle immagini selezionate dalla giuria per eccesso di manipolazione. Si è arrivati a questa decisione confrontando il file RAW con il file mandato al concorso. Quando veniva considerato stravolto il visivo finale rispetto alla fotografia presa sul campo essa veniva eliminata. Tra l'altro, non mi è noto se ancora qualcuno osi mandare file ottenuti per scansione da pellicole o stampe da pellicola. Il salvifico "negativo originale" temo che oramai sia roba museale.

Comunque sia, il fotografico ha una relazione molto pericolosa, da sempre, con l'informazione giornalistica. Il giornalismo d'inchiesta, quello serio "all'americana", da noi per la verità molto poco praticato, prevede che ogni asserzione scritta sul giornale sia sostenuta da prove, meglio se inconfutabili, ma comunque almeno verificabili. In questo senso, servono dei "documenti". L'utilità essenziale di un documento sta nella sua relazione diretta e incontrovertibile con il fatto al quale si riferisce. Inutile farla lunga su questo punto: il mitico caso Watergate sta lì ad esemplificare perfettamente quello che intendo.

Le cose si complicano maledettamente però quando dal documento verbale o scritto si passa al visivo. Una fotografia, così ambigua per natura, come può mai diventare per davvero un documento, una prova verificabile di un fatto? Ecco che nascono così mille problemi nel discriminare il vero dal falso.

Penso però che in fondo si tratti solo di un grande equivoco concettuale. L'unico modo affidabile per il quale una fotografia possa ambire ad essere un documento effettivo sta nel fatto che sia presa dal diretto interessato per suoi motivi privati. Serve quindi una certa inconsapevolezza operativa.

Ogni qual volta invece la fotografia viene presa consapevolmente per precisi intenti informativi e/o comunicativi il suo valore documentale scende vicino allo zero. Solo tracce residue di inconsapevolezza potrebbero ancora sopravvivere ed aiutare all'emersione di un valore documentale.

In conclusione, è perfettamente inutile discriminare tra fotografie manipolate e non manipolate al WPP perché siccome sono consapevolmente presentate al concorso da persone che sanno quello che fanno e anche benissimo perché lo fanno, tutte le fotografie sono manipolate. Non sono documenti validi, ma solo immagini che contengono il punto di vista, sovente narrativo, di un autore, così come capita per l'articolo scritto da un opinionista o il racconto di un romanziere.

Al World Press Photo, in sintesi, si premia chi riesce ad azzeccare l'immagine, o le immagini, che manipolano così bene il visivo da far sembrare verosimile e credibile ciò che invece è sempre e solo una finzione soggettiva di un autore. Insomma si premia chi riesce a centrare la fiaba che i giurati desiderano sentirsi raccontare in quel momento. C'era una volta... e ci sarà per sempre.