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Visualizzazione dei post da 2015

Banalità funzionali.

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Ultimo giorno del 2015. Una convenzione come un'altra. Niente riassunti quindi e nemmeno buoni propositi. Si faranno quando se ne avrà davvero necessità, semmai.

Tornando brevemente al tema delle missioni fotografiche, di cui scrivevo ieri, vorrei solo precisare che sono ovviamente ben contento che ci siano state. Il problema è che secondo me non è più il caso che ci siano.

Sia chiaro però, sono contento che ci siano state, come sono contento che un tempo la chiesa cattolica e i principi rinascimentali abbiano fatto lavorare Michelangelo. Senza Michelangelo, e compagnia d'artisti, chiese e palazzi sarebbero solo luoghi di culto e residenze signorili anonime; di nessun interesse se non per l'utilità dei praticanti e dei dimoranti.

Il fatto quindi che un Walker Evans abbia lavorato per la FSA o un Gabriele Basilico per la DATAR, quest'ultimo realizzando con Bord de merquello che ritengo il suo capolavoro assoluto, sono coincidenze felici, ma non fanno parte del programma…

Così allegramente nell'errore.

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C'è un errore di fondo nel concetto di missione fotografica, un errore che dalla primigenia Mission Hèliographique fino ad oggi rimane bellamente ignorato. Nasce dall'idea che un corpo di fotografie ben organizzato possa descrivere dei fenomeni visibili, per un dato tempo in un dato luogo, con una chiarezza interpretativa in qualche modo utile alle istituzioni, ai decisori pubblici e privati e a chiunque sia interessato ai soggetti o ai temi assegnati.

Nella realtà storica, nessuna missione ha mai portato agli effetti enunciati nelle dichiarazioni ufficiali d'apertura. Al massimo, dopo una mostra, e magari un catalogo, tutto finisce archiviato e dimenticato. Un tempo in qualche deposito o cantina, oggi anche sulla rete. A volte in sordina, con un certo imbarazzo, altre volte con un po' di millanteria vanesia e autoreferenziale.

I monumenti francesi eliografati nell'Ottocento, la crisi economica nelle aree rurali negli States degli anni Trenta, le regioni francesi …

Un piccolo raggio di luce.

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L'immagine di una nascita è una promessa di vita e di rinnovamento del mondo. I bambini sono l'unica speranza davvero concreta perché spostano in avanti le lancette dell'umanità e conquistano il tempo a venire. La loro innocenza è salvifica per tutti. Salvezza dai guasti e dagli errori nei quali si agitano le esistenze adulte, segnate spesso da un passato e da memorie che imprigionano le esistenze.

Per questo festeggiare una volta l'anno, in una data antica, quando il giorno ha già iniziato lentamente a prevalere sulla notte, è qualche cosa di primordiale che viene vissuto con una certa felicità da chi è ancora abbastanza sensibile per lasciarsi impressionare da un piccolo raggio di luce.

Supera il rumore di fondo.

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C'è forse una sopravvalutazione dell'atto fotografico come valevole di per sè. Prelevare una fotografia viene ritenuto da alcuni un valore sociale, di relazione si dice, per il solo fatto di aver schiacciato un bottone o premuto il dito su un display. Di più: ogni fotografia non esisterebbe se non venisse vista da qualcuno. E via discorrendo. Di questo passo il solo respirare potrebbe essere il vero gesto espressivo fondamentale.

Per mio conto, penso invece che vi sia un discrimine ineludibile: l'immagine. Un'immagine ha una sua autonomia, esiste quindi non quando viene realizzata o vista, ma solo quando si distacca dal flusso visivo imponendosi come un'interruzione, un momento privilegiato di osservazione, più denso, più ricco di stimoli e spunti di riflessione. Un'immagine non è mai un fenomeno casuale, ma il risultato di un processo con regole proprie in continua trasformazione. Processo che può pure essere molto automatizzato come nel fotografico, ma che s…

Quella sarabanda d'immagini che siamo.

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Alla fine, gira che ti rigira, quello che ti resta sono solo delle immagini. Stanno lì nella testa, imperterrite, e ti tengono compagnia per anni, a volte per tutta la vita. Si formano un po' come pare a loro. Non nascono per forza da ciò che si vede, ma anche da rimescolamenti imperscrutabili di sensazioni fisiche e pensieri ondivaghi.

Cambiano persino, si fanno più nitide o al contrario sfumano e scompaiono quasi o anche si trasformano e diventano qualcosa d'altro. Non ne conosco le regole, solo i fenomeni, così come posso pensare di osservarli, illudendomi forse di farlo.

C'è qualcosa di inafferrabile che muove al desiderio di trattenere, fermare alla fine questo vorticare d'immagini in forme e concetti finiti. Allora si cercano mezzi per farlo. Chi usa le parole, chi suona, chi disegna, chi prende fotografie, che alla fine non sono la traccia di quello che si vede davanti alla macchina, ma la manifestazione visiva contingente, e in qualche modo già incontrata, fam…

Onestà intellettuale.

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Ultimamente va così. Per la verità, già questa primavera c'era stata un'avvisaglia. Entro in una mostra fotografica personale o collettiva, magari di gran prestigio, allestita in sedi d'eccellenza e ne esco deluso, confuso, disturbato. C'è qualcosa che non mi torna, che non capisco.

La formazione che mi ritrovo addosso è stata pervasa dall'ammirazione per le grandi mostre epocali e i grandi libri che segnarono delle vere e proprie svolte. Il riferimento e le aspettative sono quindi forse irragionevoli. La realtà italica vola molto più basso, appena poco sopra la crosticina della pagnotta probabilmente. Non è questione di nomi o situazioni, chiunque si trovasse ad occupare il posto del prediletto di turno, farebbe le stesse identiche cose, sostituendo semplicemente la catena di relazioni attuale con la propria.

Manca forse, ecco che mi viene la parolina, anzi due: onestà intellettuale.

Tacere senza conseguenze.

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Di recente ho avuto l’opportunità di far parte di una giuria nell’ambito di un concorso fotoamatoriale a tema. La formula, per fortuna, non prevedeva il solito medagliere in stile Giovani Marmotte Fotografiche (leggi FIAF), ma la selezione di un corpo d’immagini con le quali allestire una mostra collettiva e un catalogo. In questa chiave, il lavoro della giuria si avvicinava di più alla fase iniziale di una curatela e con questo spirito si è lavorato.

Purtroppo il livello medio delle proposte, sia per soluzioni visive, sia per aderenza al tema, era decisamente insufficiente e quindi si è finito per fare un ben modesto fuocherello con la scarsa qualità della legna a disposizione.

Al di là della vicenda, penso che vi sia un problema di fondo, che non riguarda solo il mondo fotoamatoriale, legato alla questione del tema. Forse tutto origina dai banchi della scuola dell’obbligo. L’idea perversa che chiunque possa dire qualcosa su qualsiasi argomento purché sollecitato dall’imposizione di…

Pensare per immagini.

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Prendere una fotografia oggi è più semplice che mai. Si riduce tutto a puntare un congegno verso la direzione di ciò che si desidera prelevare e premere il pulsante di scatto. Gli automatismi producono un risultato nella maggior parte dei casi sufficiente, entro i limiti di funzionamento previsti dal produttore del congegno ovviamente.

Questa semplicità genera mostri. La riduzione dei tempi di realizzazione aumenta le prese inutili. Numeri sempre più elevati di file irrilevanti si accatastano nelle schede di memoria e poi negli hard disk. Qualcuno pensa di sfuggire al fenomeno tornando al sistema chimico. Numeri meno elevati di pellicole e stampe si accatasteranno allora nei cassetti, ma la selezione data dalla procedura più lenta e complessa non comporterà necessariamente una migliore qualità dei risultati.

Non penso vi sia nessun rimedio tecnologico all'indispensabile precondizione di imparare a pensare per immagini.


Nel mondo delle immagini.

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Ogni immagine, fatta a mano o presa da un congegno ottico, realizza una magia altrimenti impossibile agli umani, se non in modo terminale: fermare la vita.

Il flusso esistenziale è inarrestabile. Può rallentare o accelerare, almeno a livello emotivo, ma mai fermarsi. La natura è dinamica e trascorre senza interruzioni in un ciclo che si ripete nelle generazioni da un inizio ad una fine.

L'immagine invece è ferma. Nei casi migliori anche muta. Una presenza che con la propria fissità inalterabile spezza il ciclo della vita e si propone come ipotesi concreta di eternità. Le immagini per questo motivo influiscono sugli umani, introducono nelle loro esistenze piani di esperienza e di coinvolgimento altrimenti impossibili da incontrare.

Ovviamente tutto questo è un'illusione. La vita non si ferma mai, ma è possibile che passi senza avvertirne troppo lo scorrimento, o addirittura annullandone la piena consapevolezza, proprio rifugiandosi nel mondo delle immagini.

Qualsiasi altra.

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Leggendo diversi saggi di autorevoli studiosi italiani e stranieri, si incontra facilmente la questione delle questioni: il rapporto tra fotografia e arte.

A seconda del momento storico in cui il saggio è stato scritto si oscilla in genere tra una posizione che si potrebbe definire per comodità "pittorialista", la quale vede nel fotografico il proseguimento della pittura con altri mezzi, e quella "concettuale", che considera l'immagine automatica estranea alle logiche della pittura e anzi perfettamente antipittorica, secondo la linea d'azione e pensiero inaugurata dal pittore pentito per eccellenza: Marcel Duchamp.

Tra questi due estremi si rincorrono nei decenni le tendenze nelle opere di chi dipinge e di chi fotografa con intenzioni artistiche.

Qui penso stia il punto interessante: le intenzioni. Mentre dipingere è una pratica che si svolge, oggi più che mai, tutta all'interno del sistema delle arti, il fotografare coinvolge milioni e milioni di pers…

Esattamente al contrario.

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C'è stato un tempo qui in Italia, in cui se un giovanotto portava i capelli lunghi veniva chiamato "capellone" e gli venivano attribuiti tutta una serie di atteggiamenti trasgressivi, in genere sessuali, come se fossero connaturati alla lunghezza di quei capelli. Dopo vennero i baffi, e i baffuti furono preferibilmente associati alla violenza del terrorismo, in specie di sinistra.

Accade ogni volta che qualcuno "interrompe" le consuetudini di una comunità e inizia a seguire comportamenti ad essa estranei. Perché questo accada l'interruzione dev'essere prima di tutto visibile sul corpo. Per gli umani il corpo non è solo l'unica manifestazione possibile di esistenza fisica, ma anche una specie di lavagna sulla quale disegnare la propria identità. Coprire il corpo, inciderlo, dipingerlo, deformarlo, serve sempre e comunque per divenire l'immagine di se stessi. Di come si è, o si vorrebbe essere considerati dalla comunità.

La mescolanza delle cult…

Polvere di bit.

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Si prendono sempre più fotografie durante l'esistenza. Un gesto ripetuto e compulsivo senza il quale sembrerebbe di non completare degnamente l'esperienza vissuta. Sempre più fotografie rimangono quindi dimenticate nelle memorie degli smartphone, negli hard disk o in quei cimiteri virtuali che sono le "nuvole di gigabyte" gentilmente messe a disposizione sulla rete.

Prima dell'arrivo del file digitale non accadeva nulla di diverso. Le fotografie erano inevitabilmente degli oggetti di carta, stampati da negativi che andavano rigorosamente persi chissà dove. Restavano però le stampine dimenticate in qualche scatola o cassetto. I più fortunati avevano in famiglia dei curatori della memoria, sovente femminili, che allineavano con delicatezza nei fotoalbum tutte le fotografie che potevano contribuire ad illustrare le gesta e il grado di parentela di ogni familiare ripreso durante gli eventi e le riunioni.

Proprio da lì viene quella che è stata fino ad ora la funzione…

REST 13/12/2015

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REST contains photographs without words.
The photographers selected for REST carry out good projects with interesting pictures.

REST wants to change the priority. The visual perception is the first form of knowledge: instinctive, pre-verbal. If you need words, ask the photographers directly.

REST thinks: if an image doesn't work, a hundred, a thousand, or a million words won't be enough to save it.

Photographers:
Sergio Creazzo, Michela Ghio, Vincenzo Labellarte, Giovanni Minervini, Ettore Moni, Violetta Tonolli.


Preview and buy:

REST

13/12/2015

Format: US Letter.
64 pages; 53 colour plates.
ISBN: 9781364744373.
Blurb.com


Previous issues:

REST 9/8/2015






REST, ©2015 Fulvio Bortolozzo.
All Rights Reserved


Che resti tale.

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La componente dell'esperienza diretta delle cose è fondante nell'immagine fotografica. Tutto origina dalla presenza del fotografante di fronte al fenomeno. Non è tuttavia sufficiente perché da questo derivi un'immagine di qualche interesse.

Senza un percorso di sistemazione compositiva e concettuale, l'immagine rimane inerte e silente. L'inerzia è sterile e va quindi rimossa già in fase di ripresa ovvero con un successivo intervento sul visivo e sui concetti che governano l'immagine. Il silenzio è invece bene che resti tale.

Equivoci non indifferenti.

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Raccogliere qualcosa che attira l'attenzione è un gesto atavico. Avviene un incontro tra un flusso di coscienza individuale e un oggetto sensibile. Dall'incontro origina una scintilla d'attività che spinge alla raccolta, alla conservazione. In questo senso, si può pensare che l'oggetto contenga qualche elemento suo proprio che lo rende differente e più prezioso di altri. In realtà questa differenza non è tanto nell'oggetto, quanto nella reazione che si scatena all'interno del corpo, della mente, di chi lo raccoglie. L'esibizione di una serie di oggetti raccolti è quindi anche una mappatura della mente del presentatore, dei suoi meccanismi di funzionamento e selezione.

Nel caso del fotografico ad aumentare la complessità interviene il metodo impiegato che influenza sempre quanto viene raccolto. La percezione visiva si riduce a quella ottico-tecnologica, diversa e più limitata di quella possibile al sistema occhio/cervello. Una raccolta di fotografie è per q…

Il perfetto conformismo realizzato.

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La mente umana pensa in continuazione. Nello stato di veglia come durante il sonno. L'affollarsi dei pensieri comporta a volte una notevole fatica psichica. La maggior parte degli umani ha provato questa fatica. Come ogni altra attività, l'esercizio migliora la resistenza e diminuisce la fatica. L'abitudine al pensare è quindi benefica. Non basta però pensare a casaccio, pensare alla prima cosa che capita.

L'organizzazione del pensiero secondo linee razionali di sviluppo, non necessariamente costanti, rende ottimale il lavoro della mente e tende a ridurre la fatica. Perché questo accada, devono verificarsi alcune condizioni favorevoli. La prima è la presenza, o costruzione, di uno spazio mentale vuoto. La seconda è la libertà direzionale, senza che alcuna via di pensiero sia preclusa a priori. La terza è l'astrazione dall'esperienza sensibile di dati fisici da sottoporre all'elaborazione concettuale. La quarta è l'impassibilità, l'allontanamento da…

Benvenuti nel vuoto.

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Leer è una cittadina della Frisia occidentale tedesca. Pulita, ordinata, banale. La vita vi scorre regolare, senza imprevisti eccessivi. Leer in tedesco significa "vuoto" e proprio questo è il soggetto delle fotografie di Nico Baumgarten.


Il suo libro di 224 pagine, interamente realizzato a mano dall'autore, contiene una rilevazione tipologica, secondo la migliore tradizione sanderiana/becheriana, però con un pizzico di ironia in più che lo avvicina in qualche modo allo Stephen Shore di American Surfaces. Si può acquistare il libro di Nico direttamente sul suo sito e farlo quindi è anche il sostegno migliore che si possa dargli.


Grazie alla volontà, e all'intelligente impegno culturale dello Studiobild di Torino, per un mese circa è possibile avvicinare l'opera di Baumgarten nella mostra personale allestita in via Lombroso 20/a.


Lo scorrere delle immagini, in apparenza neutrali secondo i dettami dello stile documentario, comunica il sentimento opprimente di una …

Nostalgia delle diapositive.

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C'era una volta la diapositiva a colori.

Era una pellicola che si metteva dentro le fotocamere, capisco che oggi aprirne una sia considerato strano, e dalla quale si ottenevano immagini finite, cioè già con i colori giusti e con i toni corretti. Era un'epoca felice nella quale il fotografo non doveva fare nient'altro che prendere sul campo una buona fotografia esposimetricamente perfetta. Sì, perché anche solo un errore di mezzo stop poteva rendere troppo chiara o troppo scura l'immagine. Non c'era modo di rimediare dopo. La "postproduzione" non esisteva. Qualcosina si poteva fare stampando in Cibachrome o facendo le scansioni per la stampa offset, ma se la dia era sbagliata i laboratori ti dicevano che la colpa era tua, e, se potevi, dovevi rifarla. Nella professione nessuno si sognava di usare le negative a colori perché chissà che colori avevano. Al limite si facevano delle stampe e solo da lì delle scansioni, ma era più lento, costoso, e quindi malvi…

La origina e contiene.

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Le immagini sono il particolare metodo usato dagli umani per organizzare, memorizzare e dare senso alle loro percezioni. Precedono ogni linguaggio, hanno sede nel corpo e non serve null'altro che una mente perché esistano, anche senza alcuna consapevolezza.

Tutto può diventare immagine. Non tutto è immagine. L'immagine è una cesura, un'estrazione, una riduzione, una separazione dal contìnuum esistenziale delle esperienze indifferenziate. L'immagine non è necessariamente visiva e nemmeno visibile all'esterno del corpo che la origina e contiene.




Non è così assoluta.

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Si vive talmente circondati da immagini automatiche da considerarle immagini e basta, come se il fatto che siano di matrice ottica non comportasse nessuna differenza sostanziale con qualsiasi altro tipo d'immagine.

Eppure il fatto che un'immagine sia la traccia visiva durevole di ciò che un sistema ottico può prelevare dalla luce contiene un preciso risvolto ideologico che finisce per condizionare il pensiero umano, quando non se ne sia consapevoli.

Vedere è un'attività complessa che coinvolge tutto il corpo a partire dagli occhi. L'elaborazione che il cervello realizza a velocità incommensurabile tiene però conto non solo di ciò che arriva dai nervi ottici, ma anche delle altre informazioni sensoriali. I movimenti stessi del corpo influiscono sulla sintesi che chiamiamo "vedere".

Tutta questa complessità sempre in azione con un dinamismo sorprendente non è riducibile alla sola componente ottica. Una fotografia questo fa. Opera una riduzione di complessità, …

Paratissimevolmente.

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Una domenica tra ordine e caos, come promette e mantiene Paratissima 11. Il tutto però condito da una piacevolezza ben orchestrata dagli organizzatori. Intendiamoci, niente di paragonabile con le altre fiere d'arte contemporanea di questi sovrabbondanti giorni torinesi. Qui possiamo parlare di "animazione artistica" in senso ampio. C'è di tutto per tutti. Un vero suk dell'artistico.
Il primo dato positivo da segnalare è proprio la capacità degli organizzatori di accogliere il pubblico con gentilezza, efficienza, disponibilità e cortesia. Gli spazi poi sono stati molto ben distribuiti e contribuiscono non poco alla riuscita dell'evento.


Per la prima volta quest'anno Paratissima si svolge nel salone Giovanni Agnelli del Torino Esposizioni. Un luogo che ancora oggi trovo incantevole, pur avendoci messo i piedi fin dalla più tenera età.
Come pochi altri è talmente arioso e luminoso da far dimenticare di essere al chiuso. Se poi, come oggi, fuori c'è una …

Artissima e gli altri.

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Ieri gran tuffo in Artissima. Oggi è stata la volta di The Others e della sua sezione staccata Exhibit. Poi ci sarà tempo di riflettere con calma, ma così, a caldo, l'impressione è di una certa perdita di freschezza della principale alternativa ad Artissima.

Dopo il primo anno eclatante, The Others aveva mantenuto nelle edizioni precedenti un livello di proposta stimolante, almeno suoi valori nuovi ed impossibili da presentare nel format di Artissima. Quest'anno mi pare invece che, a parte singole gallerie ed artisti che lavorano sempre a livelli alti, per il resto ci sia della ripetitività, quando non della fuffa bella e buona.

Diciamo che se il trend continua così, nel giro di poche edizioni vi sarà un ripiegamento tale da non giustificare più di tanto questa offerta d'arte contemporanea attorno all'unica vera mostra di valore internazionale.

Flashback merita.

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Giusto due parole per dire che Flashback al PalaAlpitour (aka PalaIsozaki) merita una visita. Un mix estremamente gradevole di arte storica, moderna e contemporanea, il tutto allestito con notevole eleganza.

Mi rendo conto che in questo furibondo fine settimana torinese c'è da vedere oltre l'umanamente possibile e ogni anno "l'affare s'ingrossa" sempre di più. Nonostante questo, ritagliatevi un momento di relax nel posto giusto. A me ha fatto solo del bene.

Per le info, cliccate qui:
http://www.flashback.to.it/

Facciamoci del bene.

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"Le parole sono importanti!" gridava il Nanni Moretti pallanuotista nel film Palombella rossa. Lo sono talmente che la spiegazione della loro etimologia può condizionare il pensiero sino a fuorviarlo.

Sovente leggo, e sento dire, che la parola fotografia deriva dal greco antico e si compone di due parole che significherebbero in italiano "luce" e "scrivere", per cui fotografare equivarrebbe a "scrivere con la luce". Da qui fiumi di altre parole, ben più di mille, con cui si tenta di convincere l'incauto fotografante che sarebbe un "romanziere luminoso".

La deriva filo-letteraria attuale, quella dello storytelling per intenderci, non fa che ribadire il concetto e lo rafforza immaginando che le singole fotografie siano meglio "leggibili" se disposte secondo serie o sequenze, come le parole o le frasi di un testo scritto. Al nostro fotoromanziere, se con la luce ci fa delle fiction, o fotosaggista, se invece vuole documenta…

Anche per un solo istante.

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Le fotografie possono essere guardate per un tempo brevissimo. Con un poco di allenamento si possono scorrere su un monitor o un display ad una velocità attorno al secondo riuscendo a cogliere le figure che contengono, anche se sono molto piccole. Esperienza ormai comune sui social.

Questa "velocità di visione" dell'immagine fotografica fissa sta alla base del suo successo sulla rete, superiore persino al video e alle immagini grafiche tradizionali.

Un'ipotesi che coltivo è che a dare simile forza alle fotografie è proprio la loro apparente somiglianza con l'esperienza diretta del guardare. Si possono guardare le fotografie come si guarda direttamente qualcosa, anche per un solo istante.

Il lato oscuro delle icone.

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A Torino, da NOPX, è arrivato Ashkan Honarvar, un iraniano, cresciuto e residente nei Paesi Bassi. Ashkan compone delle particolari opere visive usando l'antica tecnica del collage. Il materiale iconografico che ritaglia e ricompone è tratto da antichi libri di varia scienza.


C'è in effetti da stupirsi che qualcuno si metta ancora lì con mezzi manuali, e tanta pazienza, a fare quello che oggi un flusso digitale permette di realizzare con superiore precisione e meno tempo.


La forza concettuale di questa operazione sta proprio nel rivendicare una lentezza di azione e pensiero che portano molto lontano e verso opere uniche, ciascuna diversa dalle altre.


La procedura, apparentemente anacronistica, rafforza il materiale visivo antico e dalla loro somma emerge la visionarietà dell'artista, rimescolando in ogni direzione inattesa e inattendibile le figure originali.


Domina un senso di inquietudine, un disorientamento iconografico, come spesso accade con collages e fotomontaggi. …

Fotografia plurale.

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Mai come oggi le pratiche e le teorie del fotografico vivono una diffusione planetaria. Certamente Internet sta cambiando anche questo insieme alle mille altre cose dell'umanità su cui esercita un'influsso determinante. Gli storici del futuro, se avremo un futuro, potrebbero anche dividere i loro racconti, pardon storytelling come si usa dire oggi, in epoche prima e dopo l'avvento della rete.

In questo senso, continuare a pensare ed agire in funzione di ipotetiche culture "nazionali", sta perdendo sempre più di significato. Oggi i riferimenti di chi svolga una qualsiasi attività autoriale sono facilmente altrove rispetto a dove nasce o vive.

Per questo motivo, le iniziative di retroguardia, di sapore vagamente agroalimentare, per le cosiddette "fotografia italiana" o "fotografia europea", mi appaiono inutilmente fuori tempo massimo. Dopo il Novecento si chiude il periodo delle identità nazionali o continentali e si apre quello dell'identit…

I volti femminili di Omar Galliani.

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Fino al 28 novembre sono esposte alla Galleria Manzoni di Torino una trentina di opere di Omar Galliani. Sono volti femminili ricavati da fotografie, almeno così ci viene detto, realizzati con la tecnica monocromatica della grafite su legno con apposizioni di segni rossi sempre diversi.



La consistenza materica delle opere è talmente lieve e raffinata da trarre in inganno l'occhio, spostando l'attenzione verso l'osservazione distaccata che di solito si riserva a delle fotografie, ma gli interventi cromatici riportano tutto al disegno e alla pittura. Sono oggetti fisici e concreti nei quali è la mano dell'artista a determinare tutto quello che si vede.


L'icona, di natura fotografica, serve quasi solo da vetrina seduttiva, per far avvicinare all'opera; solo avvicinandosi difatti, e sostandovi di fronte per un tempo abbastanza prolungato, si può davvero apprezzarne la forza visiva. Galliani lavora sulle sue immagini apportandovi quello che il fotografico non può …

Dall'Africa all'Africa.

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Sarà visitabile fino al 17 gennaio 2016 la mostra "African Style", allestita nel recentemente restaurato Palazzo Salmatoris di Cherasco, in provincia di Cuneo.


La formula dell'esposizione curata da Anna Alberghina e Bruno Albertino è particolarmente interessante. Accanto alla collezione di arte africana tradizionale appartenente ai curatori — due medici torinesi affetti dal "mal d'Africa" —, vengono presentate anche opere di arte africana contemporanea, a cura di Cesare Pippi, e in rapporto dialettico con esse dialogano opere di artisti e fotografi italiani ed europei.


L'effetto sul visitatore, amplificato anche dalle sale affrescate, è particolarmente suggestivo. Si passa attraverso un assomarsi di figure antiche e attuali che sembrano quasi intente più a guardare che essere guardate. Una folata di sensazioni, colori, forme attraversa il percorso e si deposita di volta in volta in un dipinto, una maschera, un feticcio, una stampa fotografica.


Lo stile…