Che bel quadro, sembra una foto!



Il Fotoclub MOLTOMOSSO, nell'ambito della manifestazione Il weekend della Fotografia, presenta

DOMENICA 6 APRILE
Incontri con i fotografi

Ore 14:30
Fulvio Bortolozzo
Che bel quadro, sembra una foto!
Avventure, disavventure, personaggi e aneddoti di una storia d'amore mai finita tra pittura e fotografia.

A seguire:
Erminio Annunzi, Progettualità nella fotografia di Paesaggio.
Alessandro Brunello, Fotografia nel cinema: Punti di Vista.

Al termine degli incontri i fotografi ospiti saranno a disposizione dei presenti per visionare le loro fotografie e dare consigli e suggerimenti.

Per concludere, Foto Aperitivo per tutti i presenti.

Sede della manifestazione:
Centro Socio Culturale Coop, galleria di via Repubblica 15, Novate Milanese.
Programma: www.moltomosso.it
info: info@moltomosso.it




.

Un dialogo silenzioso con le cose.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
Oggi il fotografo restringe il suo campo d'azione alla sfera delle esperienze e delle sensazioni personali, con le quali solamente può avere un rapporto di "verità". (...) Per cercare di visualizzare i dati di un'esperienza che consiste spesso in un dialogo silenzioso con le cose circostanti, fino a sfiorare stati di assorta meditazione, il fotografo contemporaneo finisce per creare un'immagine emblematica dell'ambiente.

(...) L'ambiente viene "messo a nudo" sia per una stringente necessità morale di chiarificazione del proprio essere ed esistere nella realtà attuale (...) sia per un'adeguata tendenza formale a spogliare l'immagine da elementi visivi troppo accentratori o di facile effetto visivo. Il concetto di nudità (...) deve essere cioè inteso nel senso della rinuncia alla spettacolarità e all'esotismo, e ai sistemi di segni visivi che hanno perpetuato molte concezioni fuorvianti della realtà ambientale; non solo, ma rinuncia al concetto illusorio di documentazione e archiviazione dell'ambiente. L'ambiente è una realtà mobile, troppo viva per essere "documentata".

Roberto Salbitani

Da Testo elaborato successivamente a un'intervista iniziata nel 2008 e mai conclusasi di Fausto Raschiatore e Roberto Salbitani.
Pubblicato in Roberto Salbitani, Storie di un viaggiatore a cura di Roberta Valtorta, Postcart, 2013.

.

Bella proprio per questo.

©2006 Fulvio Bortolozzo.
C'è un equivoco duro da chiarire, anzi durissimo. Riguarda l'aspetto visibile delle cose. Nel pensiero comune è diffusa la credenza che esista una relazione diretta tra come le cose si presentano alla vista e come sono nell'essenza loro. Quindi una persona bella d'aspetto, o ritenuta tale da un canone della cultura d'appartenenza, è anche ritenuta buona d'animo o comunque positiva. Si desidera frequentarla anche solo perché ci "decora" la vita. La grande bellezza nasce qui: bei fiori, belle figliole e bei figlioli, bei palazzi, bei giardini, begli oggetti, belle spiagge, bei tramonti, ecc. ecc. La vita è bella in questo preciso modo o così dovrebbe sempre esserlo.

Peccato che le cose non stiano davvero in questa maniera. Non esiste una relazione di conseguenza diretta tra un canone formale visibile e il suo contenuto. Così abbiamo persone belle nelle forme e moralmente ignobili, luoghi belli nelle armonie di colori e luci e contaminati nella sostanza, cose belle e fonte di oppressione, ecc. ecc.

Il fotografico cosa c'entra con tutto questo? C'entra perché può essere adoperato per dare credibilità alla fiaba. Perché può consentire di credere, e far credere, che la bellezza esista in quanto tale e sia così come la desideriamo: pura, positiva, rigenerante, salvifica. La bellezza esteriore dico, quella visibile. Tutta la fotografia pubblicitaria e gran parte della fotografia amatoriale di tipo autoconsolatorio producono icone così concepite.

 Il fotografico può però anche essere usato per non cadere nell'inganno. Per mettersi di fronte alle cose senza volerne trarre consolazioni o romanzi rosa. Per guardarle senza opinione preconcetta. Per ricominciare a nutrirsi di silenzio e contemplazione senza per forza ricavarne qualcosa con cui riempire la mente di parole. Per non dirle queste parole. Esiste un livello di esperienza che coincide con lo stare al mondo e precede il parlare del mondo, lo rende persino non necessario. Per attivarlo è indispensabile zittirsi e guardare. La traccia fotografica che se ne ricava può nuocere gravemente alle fantasticherie e riavvicinarci alle cose in quanto tali. Non perché le contenga, sarebbe l'ennesimo inganno, ma perché vi rimanda nel tempo e nello spazio, lì dov'è nata; per ripensare un'esperienza, per riviverla nella mente. Un'immagine che non cerca di dimostrare nulla, nemmeno che esista per forza la bellezza. Bella proprio per questo.

.

Il lunedì del fotografico.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
Apro stamattina la mia finestra sulla rete e trovo nella valigia di Van Gogh, il delizioso blog di Enrico Prada, la notizia che un volto fotografato non possa non raccontare la sua vita. Quella del volto che racconta la vita è forse uno dei luoghi comuni letterari più consumati. Un volto non mi racconta nulla. Espone se stesso e gli accidenti eventuali che il tempo dell'esistere gli provoca semmai. Nulla dice sui perché e per cosa. Nè se lo vedo di persona, né se lo vedo in una fotografia o altra immagine. Senza parole, senza informazioni, resta lì muto e rassegnato a farsi proiettare addosso tutti i film che la mia eventuale fervida fantasia s'incapriccia di inventarsi.

Passo oltre e mi imbatto in Fotocrazia, l'ottimo flusso di pensieri di Michele Smargiassi. Stavolta leggo che una delle chiavi del successo di quella peste oculare di Instagram sarebbe l'uso del fotografare sociale per creare identità di appartenenza condivise, attraverso l'adesione ai filtri e filtrini che omogeneizzano chi vi pubblica. Praticamente nell'essenza uno dei fenomeni che da sempre distinguono l'umanità dagli altri esseri viventi sul pianeta. Non essendo dotati che di corpi nella maggior parte talmente sgraziati da essere inguardabili e troppo debolmente dotati per poter davvero sperare di sopravvivere individualmente, gli umani da quando esistono si coprono di cose depredate alla restante natura minerale, vegetale e animale. Non contenti alterano il loro corpo con orpelli, segni, coloriture, ferite persino, proprio per costruire una delle invenzioni fondamentali per la sopravvivenza della specie: l'identità e l'appartenenza di gruppo. Poi, visibilmente costruite le identità artificiali, iniziano pure a combattersi, una banda contro l'altra, poco importa se le insegne sfoggiate sono labbra deformate da anelli di metallo o colli stretti da cravatte appena disegnate da uno stilista di successo. Davvero nulla di nuovo sotto il sole.

Per fortuna leggo anche da qualche parte che un gommone carico di alcuni leghisti è affondato vicino a Malta. Un piccolo sorriso e un caffè. Lunedì, è solo lunedì mattina e la domenica è ancora troppo, troppo lontana.

.

Il Maestro è nell'anima.


"Il Maestro è nell'anima e dentro all'anima per sempre resterà." (Paolo Conte)

Questo sabato ho infine trovato il giusto momento. Da mesi mi ripromettevo di andare a vedere la mostra antologica che Roberta Valtorta ha dedicato a Roberto Salbitani negli spazi del Museo di Fotografia Contemporanea di Villa Ghirlanda a Cinisello Balsamo. La mostra durerà fino al 6 aprile prossimo e consiglio subito vivamente i miei lettori di non perdere questa occasione per incontrare l'opera di Salbitani.

Rimandavo perché io lo conosco Salbitani. Dall'aprile del 1997, quando mi decisi a frequentare un suo workshop a Mogginano sul racconto fotografico. In quell'occasione ebbi pure la fortuna di conoscere Mario Giacomelli, da Salbitani invitato per la domenica. Un'evento memorabile per me.

Il resoconto di quel giorno è QUI.

Lo conosco e lo incontro ogni tanto Roberto. Qualcosa ci lega, dico io, ma allo stesso tempo la vita ci allontana. Ogni volta il piacere di ritrovarsi è palpabile. L'ultima volta lo incontrai a Milano all'inizio dello scorso dicembre, ero in compagnia di Fausto Raschiatore e ci stavamo recando da Pol!femo per l'inaugurazione di CONFINI 11. Salbitani ci incrociò poco fuori della Stazione Centrale; perso nei suoi pensieri non ci vide. Lo chiamai io e subito sorrise. Stava andando alla sua personale di Villa Ghirlanda. Incontro breve, denso, pieno della solita energia che sempre provoca lo stargli insieme.

Da allora tergiversai fino ad ora nell'andare a mia volta a Villa Ghirlanda ad incontrare il suo lavoro di una vita. Il perché l'ho forse capito visitando la mostra. Il mondo di Salbitani mi entra dentro con una forza rara. Scatena emozioni profonde e complesse, affrontarlo tutto insieme è quindi uno sforzo considerevole.

Un autore inclassificabile. Moderno e antico, cupo e vitale, un ossimoro in carne ed ossa. Ogni sua immagine è una concentrazione di sentimenti, memorie, riferimenti, soluzioni inattese. Magistrale e allo stesso tempo outsider in perenne smarcamento dall'idea che potresti farti di lui. Capisco, ma non comprendo affatto, che il riconoscimento pieno gli sia stato a lungo negato mentre veniva elargito più facilmente ad altri. Ora questo del MuFoCo è quasi un risarcimento epocale, più che dovuto, e spero che da qui possa finalmente iniziare una piena collocazione del suo nome nel contesto di quella fotografia contemporanea italiana che davvero ha segnato il suo tempo dagli anni Settanta ad oggi.

Segnalo il libro-catalogo edito da Postcart in occasione di questa antologica. Curato con molta attenzione e notevole intelligenza critica da Roberta Valtorta. Lo si può comperare in mostra e merita indubbiamente a mio parere di comparire nelle biblioteche di studiosi e appassionati di fotografia contemporanea.

ROBERTO SALBITANI
STORIA DI UN VIAGGIATORE
a cura di Roberta Valtorta 

MUSEO DI FOTOGRAFIA CONTEMPORANEA
Villa Ghirlanda, via Frova 10
20092 Cinisello Balsamo – Milano

Fino al 6 aprile 2014

Orario di apertura:
mercoledì, giovedì e venerdì dalle ore 15 alle 19.
sabato e domenica dalle ore 11 alle 19.

Ingresso libero
E info@mufoco.org

T +39 02 6605661
F +39 02 6181201


POST SCRIPTUM
Per elaborare a mia volta tutta la profondità dell'impatto con le fotografie di Roberto Salbitani, uso la sua stessa strategia verso l'invasione iconica e metto in fila le fotografie mie che ho fatto alle sue durante la visita. Non suoni irriverente, anzi. Un umile omaggio, questo vuole essere, e come tale desidero venga preso da chi le vorrà vedere.

Eccole QUI.

E quella cerco.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
C'è una storia tutta da scrivere, o forse qualcuno l'ha già scritta, non so: quella della trasformazione dell'immagine da manufatto a prodotto industriale.

Alla base di questa trasformazione c'è la moltiplicazione esponenziale dell'umanità sul limitato spazio planetario e il notevole allungamento medio della vita dei singoli umani coinvolti organicamente nell'industrializzazione. L'invenzione sociologica più brillante della civiltà industriale è stata appunto questa: la middle class, ovvero una borghesia funzionale all'industrializzazione, e alla moltiplicazione modulare degli stili di vita e dei consumi (forzatamente industriali) connessi, che arrivava a coinvolgere gli strati più alti della classe operaia. Oggi questo modello di società sta soffocando nelle sue contraddizioni, ma continua implacabilmente ad essere condotto dai poteri decisionali nella direzione iniziale: lo sviluppo senza fine. Vedremo quindi cosa succederà, temo nulla di buono.

In questo apocalittico quadretto generale, si inscrive la peculiare storia delle immagini. Anche le immagini, come tutto il resto, trasmigra dalla produzione manuale a quella industriale a partire dal 1839, anno ufficiale di comunicazione pubblica dell'invenzione della fotografia. In ritardo di almeno un paio di secoli, ma giusto in tempo per far parte delle sorti magnifiche e progressive della nuova società di massa, la fotografia inizia un percorso che segue di pari passo l'evoluzione tecnologica e ne ricalca i modi di produzione. Per farla breve, oggi nell'epoca della connessione mobile e della rete Internet, la fotografia vive una stagione di sviluppo produttivo mai vista prima. Miliardi di immagini fotografiche vengono prese e diffuse ogni anno tra milioni di umani. A fronte di tutto questo sta crescendo una estetica conseguente. Con maggiore difficoltà che in altri settori industriali per via della opprimente storia delle immagini manuali (leggi Storia dell'Arte) che si interpone in ogni uso contemporaneo del fotografico: il bello, il sublime, il narrativo, il descrittivo, ecc. Concetti, ambiti, stili che possiedono secoli di riflessione e produzione alle spalle. Difficoltà apparente se abbandoniamo il ristretto gruppo autoreferenziale degli eruditi di settore. La restante platea dei fotografanti produce e consuma già allegramente fotografie come fossero "4 salti in padella" o mobili dell'Ikea. La forza dei numeri è dalla loro parte. Anche se qualche sapientone farà spallucce, e non fatico a collocarmi umilmente tra di essi, come sempre è avvenuto l'umanità correrà verso il suo destino fino al baratro, e anche oltre.

Il vecchio Ulianov a questo punto direbbe: "Che fare?". Stare a guardare o agire in direzione ostinata e contraria? Ovvio che, non sentendomi un lemming, correrò ma non all'indietro. La direzione contraria può sempre essere davanti e quella cerco.

.



Confini prosegue, Confini riparte.


Dopo la tappa torinese, la rassegna CONFINI 11 prosegue in direzione di Trieste. Nei giorni di apertura successivi all'inaugurazione sono continuate le visite alla mostra e ho visto con grande piacere anche la presenza di due degli autori esposti: Fabrizio Intonti e Michele Ranzani. Nel complesso l'accoglienza è stata positiva sia per il generale apprezzamento sia per la qualità dei visitatori. Si conferma quindi l'interesse per questo modo unico in Italia di selezionare e promuovere la fotografia contemporanea.

Nel frattempo è stato messo on line il bando per poter partecipare alla selezione di CONFINI 12. Dal prossimo autunno la rassegna riprenderà difatti a percorrere il Paese con nuove sedi nel Mezzogiorno. Oltre all'aumento delle tappe si preparano anche altre proposte didattiche ed editoriali.

Personalmente sono molto contento di aver potuto, fin da CONFINI 7, dare un contributo utile a tutto questo, anche se non mi è possibile poterlo proseguire con la stessa impostazione per il futuro. Rimarrò comunque ben volentieri all'interno della rassegna come Media Partner e in altri modi da stabilire.

Vorrei infine ringraziare gli amici Marina e Luciano di Spazio Giotto per la loro davvero squisita ospitalità. Senza questo aiuto fondamentale non mi sarebbe stato possibile realizzare e portare a buon fine la tappa torinese di CONFINI 11. Grazie di cuore anche a quanti sono venuti a vedere la mostra e a coloro che, non potendo venire, hanno voluto comunque portarmi  il sostegno di una loro presenza almeno virtuale.

.

San Giorgio e il mago.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
Avevo in animo di scrivere d'altro oggi, ma il bello di tenere un blog è anche quello di poter fare e disfare a piacimento senza dover per forza rendere conto a nessuno di quanto si fa, nemmeno a se stessi. Quindi ecco la novità. Sta qui sopra. Si tratta di una veduta fotografica della facciata a mare di Palazzo San Giorgio a Genova, presa di recente secondo i dettami della prospettiva lineare.

Chi conosce quel luogo sa che il palazzo è sconciato dalla sopraelevata che nega una sua visione prospettica se non mettendosi molto a ridosso dell'edificio. Cosa ancora più sgradevole perché il lavoro di restauro di cui è stato oggetto gli ha restituito, o inventato non saprei dire, una maestosità pittorica che meriterebbe ben altro spazio per essere goduta appieno.

Mi decisi quindi a tentare di ottenere per via fotografica quello che l'esperienza nel luogo mi impediva. Dopo aver messo in atto l'osservazione ed averla riportata in fotografia, cercando la massima precisione che potevo nel collocarmi e nel riprendere, son venuto via convinto di aver fatto una buona presa. In questi giorni vi ho messo mano in post produzione per perfezionarla e il compiacimento mi è aumentato, mi si perdoni la vanità: sono un debolissimo umano come tutti.

Fin qui tutto bene, senonché nel prendere le misure definitive per riquadrare la fotografia mi sono finalmente accorto di qualcosa che lì a Genova non avevo notato, e sì che questo palazzo l'ho osservato diverse volte in diversi momenti. La simmetria apparentemente implacabile dell'edificio non mi tornava più. L'ala destra mi risultava più lunga della sinistra. In un primo momento pensai ad un mio errore di qualche natura. Dopo varie verifiche senza risultato, mi son deciso a compiere una breve ricerca con Google. E, sopresa, l'iconografia esistente conferma quanto avevo osservato sul mio file fotografico. Un ottimo blog, anche con molte immagini del restauro, me lo testimonia: passionarte.wordpress.com/palazzo-s-giorgio-genova.

Bene, e allora? Allora una volta di più l'esperienza del fotografico mi ha permesso di rilevare qualcosa che persino di persona davanti all'oggetto del mio osservare non ero stato assolutamente in grado di notare. Deficienza mia senz'altro, ma la fotocamera e la sua pratica mi consentono di vedere meglio e capire meglio ciò che vedo da trenta e passa anni. Non mi pare poco questo riuscire a vincere il mago delle illusioni percettive con la lancia di San Giorgio della fotocamera. Questo me la rende preziosa e mi spinge a continuare ad applicarla, ad intrometterla nella mia percezione del mondo.

.

Precisamente quella.

Johannes Vermeer (1632, Delft - 1675, Delft),
“Lo studio dell’Artista (L’Arte della Pittura)”
1665-67, olio su tela, 120 x 100 cm,
Kunsthistorisches Museum, Vienna.



























In tutti i dipinti di Vermeer, e non solo ne L'Arte della Pittura, le figure sono cose individuate dalla luce. Vermeer costruisce l'esteriorità privandola di superficialità, attraverso l'uso della luce come colore; è la luce a definire i volumi, una luce che è precisamente quella, corrispondente ad una determinata ora e situazione atmosferica, ed è insieme sempre la stessa per la potenza di definizione dello spazio e dei volumi. La luce in Vermeer è colore, che si dispone in rispettoso silenzio, diventando concreta nelle cose e definendo sia le cose sia la possibilità della visione. Il risultato è la rappresentazione non temporale dell'evento, la dignità delle cose per se stesse, ovvero del finito, la precisione di una visione che è insieme inestricabilmente percezione sensibile e intelligenza, ragione e immaginazione.

Roberto Diodato, Vermeer, Góngora, Spinoza.

Secernere strumenti.

©2014 Fulvio Bortolozzo, Genova.
(...) un aspetto essenziale nello sviluppo della cognizione umana è la capacità della nostra specie di secernere strumenti cognitivi (tra cui anche il linguaggio, ma non solo quello) nel mondo esteriore, dove possono modellare non solo le sue stesse azioni ma anche quelle degli altri esseri umani e delle generazioni successive. Questa visione ampia della cognizione assume particolare importanza per l'analisi dello spazio, dal momento che gli esseri umani percepiscono lo spazio dall'interno di ambienti socialmente organizzati ed elaborano concettualmente lo spazio, lo costruiscono e lo percorrono grazie ad una ricca serie di strumenti frutto delle attività cognitive dei nostri predecessori (...).

Charles Goodwin, Il senso del vedere.

.

Milano, ma anche no.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
Le parole, secondo me, dovrebbero stare lontane dalle fotografie. Sono troppo pesanti e ingombranti per accumularsi sopra ali di farfalla fatte di luce. Ecco, già qui scatta lo pseudo poetico letterario. Tuttavia, farne a meno e anche quasi impossibile. Pure una data ed un luogo, nel loro voler essere minimamente invadenti, costituiscono comunque una colonizzazione. Con questa contraddizione irrisolvibile è quindi necessario convivere. Almeno però trovo indispensabile farlo in modo cauto e problematico. Tra le parole più nefaste ci sono quelle in libertà, in specie quelle di chi, per necessità o vocazione, di parole vive. Facile scrivere e parlare di immagini. Tutto pare consentito. Tutto però finisce per essere tritato nella giostra autoreferenziale del linguaggio scritto /verbale. Silenzio. Questo sì, aiuterebbe. Interrotto a volte da parole: poche e solo se proprio necessarie.

Qui sopra c'è una riproduzione in bassa risoluzione (570 pixel lato corto) di una fotografia che ho realizzato a Milano quest'anno. Il file originale contiene molti più pixel. Tanti quanti mi basterebbero per una stampa nitida di circa 70x100 cm e persino oltre. Se un domani potrò produrla ed esporla, ecco che finalmente chi lo vorrà potrà osservare davvero ciò che ho fatto quel giorno a Milano. Fino ad allora, c'è solo un'icona qui sulla rete che ha della parentela con quella mia esperienza performativa ambrosiana. Meglio di nulla si dirà. Sì, lo penso anch'io, sennò non nutrirei questo blog di mie ed altrui fotografie. Ma non basta, non è tutto. Non può esserlo, ma forse lo sarà. Una cosa comunque è già così e non cambierà più: quel giorno vissuto a Milano. Anche senza questa fotografia. Credo che in fondo sia quello che conta veramente. Immagino che anche Vivian Maier, su cui ora è stata conficcata pure la bandierina letteraria di  Alessandro Baricco, la pensasse così. Tutto il resto viene, se poi viene, solo dopo.

.

La grande eleganza.


Ieri Giovanni Gastel è arrivato a Genova, su invito del Prof. Giancarlo Pinto della Scuola Politecnica di Ingegneria e Architettura. Due gli appuntamenti in città.

Il primo alle undici nella Villa del Principe Doria Pamphilj, dove Gastel ha tagliato il nastro inaugurale del nuovo Polo della Fotografia, spazio espositivo allestito nella storica Galleria degli Argenti, voluto dal Prof. Pinto per dare maggior forza al suo già grande impegno per la promozione della cultura fotografica.

A rotazione mensile, si prevede che negli spazi del Polo verranno organizzate mostre di autori emergenti e riconosciuti, con un fitto calendario parallelo di workshop ed incontri. Attualmente, fino al 2 aprile, è visibile la mostra "C'è stato il terremoto" di Andrea Carrubba, a cura di Giancarlo Pinto e Sandro Iovine.

Il secondo appuntamento è stato in facoltà alle due e mezza del pomeriggio per una lezione agli studenti del Corso di perfezionamento e aggiornamento professionale in fotografia, alla quale era tra l'altro anche presente in prima fila un monumento vivente della cultura fotografica italiana come Lanfranco Colombo.

Se nella prima occasione Gastel ha perfettamente interpretato il ruolo di affabile aristocratico prestato alla fotografia, tra l'altro nella cornice di un luogo con delle attinenze anche al suo lignaggio, nel pomeriggio è emerso il Giovanni Gastel personaggio del mondo della moda. Il tono discorsivo, con un parlato lasciato a ruota libera come se si fosse tra colleghi a scambiar due chiacchiere dopo il lavoro, e l'approccio fortemente autoironico hanno impostato la lezione su un binario di apparente leggerezza. Tutto veniva raccontato come se fosse la cosa più semplice e banale possibile. Un esercizio retorico che mi ha ricordato quel "sorriso dell'acrobata" di cui scrivevo qui tempo fa. In realtà dietro la naturalezza esibita c'è un lungo ed eccellente lavoro professionale, conquistato giorno per giorno con notevole impegno e lucidità d'azione.

Gastel nasce poeta e confessa di frequentare ancora questo genere letterario così poco appetito in Italia. Legge persino una sua breve poesia. Poi racconta di qualche prova teatrale giovanile. A compendio di questi esordi definisce un suo concetto di eleganza. Per Gastel l'eleganza è l'espressione percepibile della naturalezza intesa come comunicazione simbolica di ciascuno così come la propria natura consente. Volgare quindi è l'artificio, la forzatura, l'eccesso voluto e non vissuto. Una lezione che investe l'educazione, la personalità prima di tutto. Qui riemerge la sua formazione nobiliare e un certo disdegno per le penose imitazioni borghesi e piccolo borghesi che di questo modello si fanno in continuazione. Difatti situa l'eleganza non come categoria estetica, bensì morale. Noblesse oblige. Pur dal profondo della mia radice contadina e operaia, non posso che guardare con simpatia a questo suo atteggiamento, divenuto oggi persino socialmente antagonista all'onda crescente del populismo più becero che ci va sommergendo.

Durante lo scorrere delle slide che presentano alcuni tra i tantissimi esempi del suo lavoro commerciale per le riviste e le case di moda, Gastel propone altre pillole del suo pensiero, preziose per dei giovani. Il primo comandamento del fotografo commerciale è di mostrare al meglio il prodotto. In questo caso l'abito. Le modelle e tutto il resto dell'ambaradan produttivo sono solo accessori, mezzi per un fine. Se poi con tutto questo si fanno anche delle "belle foto" tanto di guadagnato. Chi oggi, perfetto sconosciuto, proponesse alle riviste modi innovativi ed accattivanti di mostrare i prodotti lavorerebbe da subito e con continuità. Certo ci vuole anche del culo, come in tutto nella vita. Lui lo ebbe, ma non se lo fece bastare, seppe partire dal trampolino per spiccare il salto e continuare di volteggio in volteggio fino ad oggi. Pubblicare è l'imperativo. Un portfolio non conta, non porta clientela. Solo l'avvallo dell'essere scelti dalle riviste del settore convince i clienti inserzionisti ad affidarsi a te. In fondo riconoscere e valutare il nuovo non è da tutti. Meglio se qualcuno certifica prima. Infine le donne, tante e bellissime. Tutte modelli di imperfezione però. L'eleganza non nasce dalla perfezione, ma dall'adesione all'intima essenza di se stessi. Gastel espone la propria, si racconta in fondo, e cerca quella altrui. Consapevole che un'immagine non è la realtà, è un mondo parallelo che la evoca. Transitorio come la vita. Nessuna è rimasta a lungo come la vediamo nelle fotografie di Gastel. La bellezza passa e va. L'eleganza invece resta, se la si sa comprendere e difendere dalla corruzione della vanità. Grazie Giovanni Gastel, un maestro e non solo di professionismo ad altissimi livelli.


©2014 Fulvio Bortolozzo - testo e fotografie.
.


Da Efrem ad Andreja.

Efrem Raimondi, Lectio Magistalis allo IED di Torino.
Ieri pomeriggio mi è andata così. All'inizio fu Efrem Raimondi. Il piacere grande di vederlo di persona all'opera mentre si offre, con la sua esperienza più che trentennale, ai giovani studenti di fotografia del corso dello IED di Torino. su invito del coordinatore Paolo Ranzani. Parole in libertà, a volte anche amare, ma fertili per chi deve affrontare un percorso di studi ed avviarsi alla professione. Fotografare, anzi come dice Efrem "fare fotografia" vuol dire campare di questo. E come camparci è oggi la vera sfida.

Dopo un'ora e mezza ho però dovuto uscire nel sole abbagliante che ieri festeggiava Torino per andare ad aprire la mostra di CONFINI 11 allo Spazio Giotto. Anche perché aspettavo uno degli autori, Fabrizio Intonti in arrivo da Roma.



Niente fotografie con e di Fabrizio. Non sarò mai un fotografo ritrattista perché quando con le persone ci parlo a tutto penso meno che a far loro delle fotografie. In compenso bei momenti insieme, a completamento della frequentazione sulla rete, utile, anzi oggi indispensabile, ma che non vale mai come un sorriso di persona.

Dopo una pizza in un locale imprevedibilmente gestito da una interista...


...ecco la serata alla C.R.D.C. per la fase conclusiva di Donna Fotografa.

Quest'anno non ero in giuria ed ho quindi potuto godermi serenamente le fotografie presentate, molte e di buona qualità, riabbracciando gli amici. Il colpo davvero grosso è stato tenuto però in serbo per la fine della serata. Andreja Restek, una fotoreporter torinese (e mi piace che sia definita così, nonostante nome e cognome, perché Torino se ha un futuro è proprio nel rendere torinesi i talenti di qualsiasi origine essi siano) ha preso la parola per testimoniare le sue esperienze nei teatri di guerra, in particolare ad Aleppo, in Siria.

Una voce gentile, persino timida, ma ferma. Si coglieva la volontà, da missionaria laica direi, di fare fotografie per contribuire a cambiare qualcosa, per impedire che esistano solo massacri e massacratori, come quei medici che ha conosciuto lì, i quali con pazienza infinita, pur senza più ospedali e medicine, non smettevano un  minuto di curare, ventiquattr'ore su ventiquattro, le tante vittime che arrivavano da loro. Il suo modo di fotografare è quello che preferisco: foto che sembrano foto. Niente post, niente paciocchi simbolizzanti per vincere qualche premio. Stai lì davanti a tracce, spesso insaguinate, di quello che succede e ti puoi immedesimare perché ciò che vedi assomiglia molto a ciò che vedresti, se tu potessi superare l'orrore di essere lì. Un pomeriggio e una serata che valgono giorni interi. Grazie ai fotografi, grazie al fotografico.
Andreja Restek in azione.



Tutte le fotografie di questo post, tranne l'ultima, sono mie:
©2014 Fulvio Bortolozzo.

.

Grazie della partecipazione.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
Una bella serata tra amici e non solo. Vecchie conoscenze, gente di qualità, ma anche persone mai viste prima. Discorsi a ruota libera, tanto apprezzamento per i lavori esposti. Colpisce la forza di pensiero e la cura nella realizzazione delle stampe. Raccolgo anche, devo dire inattesi, molti complimenti per il progetto CONFINI nel suo complesso. Questa rassegna, giunta all'undicesima edizione, viene ormai considerata un punto fermo e sicuro di attenzione, unico in Italia nel suo genere, verso autori che sperimentano declinazioni innovative del fotografico come forma d'espressione nel più ampio contesto dell'arte e della comunicazione visiva contemporanea. Che dire? La soddisfazione di far parte di tutto questo è grande. Ringrazio vivamente gli intervenuti all'inaugurazione per l'accoglienza davvero calorosa che hanno dato alla tappa torinese della rassegna CONFINI 11 ed invito chi volesse ancora visitarla a venire a trovarci allo Spazio Giotto entro il 14 marzo prossimo.


CONFINI 11
Spazio Giotto, via Giotto 11, Torino
4-14 marzo 2014

Orario:
dal martedì al venerdì ore 16-19
apertura straordinaria sabato 8 marzo dalle 10 alle 13
Domenica e lunedì chiuso
(ingresso libero)


Info: borful@gmail.com


.

Indizi da una mostra.

Durante l'allestimento della tappa torinese di CONFINI 11, lo sguardo cade con insistenza sulle opere e ne coglie aspetti, tracce, dettagli che sono anche indizi, mediati in questo caso da una fotocamera e così divenendo "fotografie di fotografie". L'invito è quello di raccogliere lo stimolo di questi indizi per venire di persona a scoprire i lavori esposti.












©2014 Fulvio Bortolozzo. Dettagli ripresi dalle opere di (dall'alto nell'ordine): Fabrizio Intonti, Alessandro Cirillo, Domenico Cipollina, Michele Ranzani, Carmen Mitrotta, Nino Cannizzaro.



CONFINI 11
Spazio Giotto, via Giotto 11, Torino
4-14 marzo 2014

Inaugurazione il 4 marzo alle ore 18.

Orario:
dal martedì al venerdì ore 16-19
apertura straordinaria sabato 8 marzo dalle 10 alle 13
Domenica e lunedì chiuso
(ingresso libero)


Info: borful@gmail.com

.
.

CONFINI 11... si avvicina il 4 marzo...


I preparativi sono in pieno svolgimento per l'inaugurazione della tappa torinese di CONFINI 11.
L'appuntamento è martedì 4 marzo alle 18 allo Spazio Giotto di via Giotto 11 (piano negozio, angolo via Petitti; stazione della metro più vicina: Dante).

La mostra resterà aperta fino a venerdì 14 marzo prossimo.

Orario: dal martedì al venerdì, ore 16-19; apertura straordinaria sabato 8 marzo dalle 10 alle 13. Domenica e lunedì chiuso. (ingresso libero)

Info: borful@gmail.com