L'equivoco del soggetto.

©2008 Fulvio Bortolozzo, dalla serie "Un habitat italiano".

Lo so, capita anche a me. Quando mi trovo a passare vicino ad un serbatoio d'acqua fatto a torre, con la sua bella testona grande e le gambette sottili, nella mente mi si illumina un nome: "Becher". Se cammino su una spiaggia d'inverno e guardo alle sue strutture balneari in disuso il nome diventa "Ghirri". Potrei andare avanti, ma ci siamo capiti. Curiosamente nel fotografico avviene una sorta di "privativa d'autore" sui soggetti stessi. Non mi appare necessariamente in testa Vang Gogh quando sono in una sala da biliardo o Fontana (Lucio) tutte le volte che taglio qualcosa.

C'è un equivoco, uno scambio di attenzione, e quindi di identità, tra il visivo fotografico e il soggetto che viene ripreso. Come se le cose nascessero solo quando vengono fotografate e la paternità di questa nascita fosse di chi per primo le ha prese con la fotocamera e ridotte ad immagini di loro stesse per sempre.

In realtà, penso, non esiste nessuna fotografia uguale ad un'altra. Niente è per sempre come si vede in una fotografia. Nemmeno un minuto dopo. Soffermarsi sul soggetto, magari pure sullo stile con cui è stato preso dal fotografo, porta fuori strada. Quindi ciò che sto guardando, anche se mi richiama immagini fotografiche di cose simili, è però lì davanti a me per la prima e unica volta. Come tale posso, anzi devo, fotografarlo.

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