Riportare per chi?

Grazie all'amico Sandro Iovine ho avuto occasione di partecipare all'apertura della mostra personale del fotogiornalista professionista Ugo Lucio Borga alla galleria di Paola Meliga in via Maria Vittoria 46/c a Torino.

Borga presenta il progetto "In the name of God" sulla guerra civile, per molti aspetti ormai endemica, che si svolge nella Repubblica Centrafricana, uno dei paesi più poveri della Terra. Per la realizzazione del suo lavoro l'autore ha trovato la collaborazione dell’Onlus Amici del Centrafrica, organizzazione operativa nel paese, e dell’Associazione Six Degrees di Torino. Scopo della mostra oltre al voler documentare l'ennesima tragedia umanitaria di cui poco o nulla si viene a sapere dai media mainstream è anche quello di raccogliere fondi attraverso le donazioni.

L'approccio di Borga al tema è basato sulle migliori tradizioni del fotogiornalismo internazionale, sia sotto il profilo espressivo sia per quanto riguarda l'approfondimento conoscitivo sul campo di quanto va a fotografare. La selezione d'immagini esposte negli spazi di Paola Meliga riesce a darne conto, anche grazie ad un apparato testuale ben redatto e pieno di notizie utili per avvicinarsi alle situazioni riprese.

Un lavoro in sintesi efficace, professionale e meritevole che consiglio vivamente di voler vedere prima della chiusura della mostra prevista per fine giugno / luglio.


Dettaglio da una foto di Ugo Lucio Borga.

Detto questo, vorrei aggiungere che anche a me è arrivata, ieri per caso da un amico, la notizia della morte di un altro fotogiornalista, Andy Rocchelli di Cesuralab. Non sono un esperto del settore, mi limito ad incontrare le fotografie, e le vicende di chi le fa, man mano che il quotidiano mi porta ad esse. Nonostante questo, forse anche perché da poco avevo scambiato due parole con Ugo, ho provato un senso di malessere persino fisico. Sapere che ci sono in giro per il mondo delle persone che rischiano la loro vita per riportare da luoghi pericolosi delle fotografie mi sembra ogni giorno di più un atto inutilmente eroico. Riportare fotografie, cioè semplici pezzi di carta un tempo, ma oggi in prevalenza file che finiscono per ammuffire negli hard disk perché non vengono richiesti, pagati e diffusi da quasi nessuno.

Per chi fotografare in un mondo dell'informazione dove "(im)prenditori editoriali" senza scrupoli costruiscono profitti per i loro azionisti anche sottopagando, o non pagando affatto, chi porta loro il materiale informativo? Materiale che resta essenziale per poter distinguere un fogliaccio di pettegolezzi da una vera testata che faccia giornalismo d'inchiesta. Per l'opinione pubblica? Quale? Esiste davvero in Italia un'opinione pubblica in grado di distinguere, e pagare (comperando le testate su cui appare e lasciando le altre ai resi delle edicole), la fotografia giornalistica da una fotografia purchessia, magari rimediata "aggratis" dal web dai soliti grafici istigati al furto dai loro superiori con la minaccia del "contenimento dei costi", cioè dal fatto che se non lo fanno il loro posto di lavoro diventa inutile?

Temo che la risposta sia nel complesso negativa e che le cause di questo vuoto pneumatico siano molte e anche contraddittorie tra di loro. In ogni caso vorrei almeno che chi già lavora senza protezioni adeguate e a sue spese, rischio e pericolo non finisse almeno nel tritacarne della notizia del giorno, come fosse una sorta di sacrificio umano dovuto per poter prolungare di altre ventiquattr'ore l'agonia della "macchina imballata dell'intermediazione informativa" e di chi ci campa malamente sopra.

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2 commenti:

  1. Purtroppo non si può che essere d'accordo con le tue conclusioni negative Fulvio. Agli effetti derivanti dalla crisi che sta colpendo l'editoria in modo molto più che massiccio (ogni giorno che passa mi arrivano notizie dalla casa editrice per cui ho lavorato per quindici che mi confermano la bontà della decisione di uscire da quella situazione) si deve tenere presente anche la deriva di lungo periodo che affligge il mondo di quella che un tempo aveva senso appellare informazione. Gli editori puri sono finiti da tempo. Sono anni che le linee editoriali sono in mano alle agenzie di pubblicità o ai venditori nelle strutture più piccole. Le pianificazioni pubblicitarie vengono fatte purché i prodotti editoriali siano neutri e non inficino minimamente la convenienza del costo-contatto. IL che significa che gli articoli e le immagini che li corredano non devono avere un impatto superiore a quello delle pagine di pubblicità e soprattutto non devono entrare in conflitto con esse. Il che evidentemente si è tradotto con un appiattimento trasversale e generalizzato. Per questo fanno particolarmente male notizie come quelle di questi giorni. Al di là delle beatificazioni postume di rito è assurdo che ci siano persone che perdono la vita per produrre immagini che raccontano storie e saranno vendute (quando lo saranno) mediamente a pochi euro.

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  2. Grazie del tuo commento Sandro. Molto utile per sviluppare il discorso proprio perché proviene da chi ha vissuto dall'interno le dinamiche del mondo editoriale.

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