A zonzo per Reggio.

©2014 Fulvio Bortolozzo .
Come un bambino. Così, senza altro filo che lo svolazzamento leggero qui è là. Bello, che schifo, boh. Il festival della Fotografia Europea di Reggio Emilia, giunto alla IX edizione, l'ho visto come ho potuto nelle poche ore di una scappata domenicale. Troppo poco per potermi permettere ora di pontificare qui su cosa vada o non vada. Evitiamocelo quindi. Però, qualche appunto emozionale, qualche svolazzo di pensiero m'e rimasto e come mi esce lo confido ai miei manzoniani lettori.

Un senso iniziale di ripetizione. Si va a San Pietro, si compera il biglietto forfettario, poi si comincia dalla punta dell'iceberg: Luigi Ghirri. Di Ghirri avevo visitato la mostra Project Prints allestita alla Manica Lunga del Castello di Rivoli un paio d'anni fa. Con delle cose indubbiamente da rivedere, dava però conto di un percorso autoriale usando un apparato allestitivo e didascalico davvero ben fatto. Penso che anche chi non conosceva proprio nulla dell'opera di Luigi Ghirri potesse uscirne con utili elementi da cui partire alla scoperta di un nuovo mondo. Qui a Reggio Emilia invece tutto mi è apparso confuso, accennato, disperso. Sarà stato il luogo, con quei corridoi e muri grigiastri male illuminati, o le foto raggruppate qui e là come lo spazio consentiva. Non so. Me la sono girata due volte, ma proprio mi sarei trovato in difficoltà se avessi dovuto imparare lì qualcosa su Luigi. Vabbè, colpa mia senz'altro.

Proseguendo lo svolazzamento, rilevo la repulsione istintiva che mi ha provocato l'installazione dei fotolibri, così come non mi aveva divertito per nulla quella dei View Master all'ingresso della sede espositiva. Comunque, indossando i guantini bianchi regolamentari, ho provato a sfogliare qualche fotolibro. Sarà stata la giornata storta mia, ma l'assommarsi di fotografie minimali con i soliti particolari insipidi fotografati come per caso, la gente di spalle, le situazioni qualsiasi, ecc. ecc. invece di farmi scattare l'anima poetica, mi hanno creato un rigetto concettuale. Mi sembrano ormai tutti uguali, tutti figli di un approccio paraletterario che vede nel fotografico l'occasione di esternare chissà quale spleen esistenziale con immagini che per essere pensate ed eseguite da una persona di media capacità fototecnica non richiedono più di un pomeriggio.

Vabbè, uscendo dai chiostri di San Pietro, per fortuna la città di Reggio Emilia mi offriva un sole ed uno struscio quanto mai rinfrancanti. Dopo un bel gelato e un buon caffè cinese le cose son girate meglio. In via Secchi 11 c'era No Place Like Home curata da Francesco Zanot con fotografi Magnum Photos, che meritava per davvero di essere vista. Almeno secondo me. A parte il solito beffardo Martin Parr, con un wall da parati dissacratorio e autorironico sulle villette middle class, il resto della mostra dava sensazioni, pensieri, reazioni. Chi mi segue sa che a Magnum non risparmio nemmeno un centesimo di critica sulle loro iniziative, ma stavolta, sarà merito del curatore, la mostra l'ho trovata proprio convincente e ben fatta.

Altra mostra che merita assolutamente di essere vista è Planasia di Silvia Camporesi alla Sinagoga. La bravura dell'artista non è una novità. La cura dell'allestimento e della realizzazione delle opere, anche  oggettuale (le stampe piccole sono colorate a mano), si mantengono ben all'altezza della sua consolidata finezza concettuale. Una bella boccata d'ossigeno.

Lì vicino è anche visibile una vera chicca, da I Libri Risorti di via Migliorati. Alcune immagini di libri e dischi su scaffali prese da Luigi Ghirri sono state incorniciate da Cecè Casile, ottenendo così un'installazione di particolare suggestione percettiva. 

Infine, ma non per ultimo, anzi per primissima cosa, ho visitato la doppia personale di Antonio Armentano e Ombretta Gazzola al Palazzo Rocca Saporiti, un po' fuori mano, vicino all'ospedale di Reggio Emilia. Nel primo caso c'è un lavoro sul confine del mare ricco di sensibilità per le luci e gli spazi, nel secondo un'acuta attenzione per l'arte casuale che appare, a volte effimera, sulle soglie e negli angoli del quotidiano.

Tutto qua o poco più. La manifestazione è talmente piena di mostre e appuntamenti che poche ore non sono che un assaggio. Chi può quindi se la goda in almeno un paio di giorni. Molte cose resteranno visibili nell'arco dell'estate e il biglietto cumulativo non ha scadenza.

Ci sarebbe poi da fare un ragionamento sul meccanismo, anche economico, che sta dietro un festival della fotografia italiano, ma sarà per un'altra volta, appena quel tanto di adulto che da qualche parte ho sviluppato salterà di nuovo puntualmente fuori.
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