Una vita immobile, o quasi.


STILL LIFE è, dopo sei anni di distanza, il secondo film di Uberto Pasolini,(classe 1957). Non un autore prolifico, né giovane, quindi. L'ambientazione è londinese e stranieri gli attori. Forse anche per questo durante la visione del film non ho mai pensato, nemmeno per un attimo, che chi lo aveva scritto, prodotto e diretto fosse un italiano. Al limite un piemontese, per quella descrizione minuta di una piccola, banale, ordinata e ossessiva vita che proprio per il suo eccesso implacabile di modestissima routine, un po' giansenista, tocca corde poetiche ben comprensibili a chi ha sulla testa un Nord-ovest bardato di stelle. Può poi anche darsi che sia così che ci figuriamo gli inglesi delle classi minori: persone tristi, e in fondo disperate, immerse in luoghi suburbani spogli e poco frequentati dal sole.

In ogni caso, mi preme porre l'accento non tanto sul film in sè, quanto sull'uso che della fotografia viene fatto nella narrazione. Pare che ultimamente nel cinema più riflessivo il fotografico vada più forte del solito. Forse il cambiamento epocale che stiamo vivendo mette in risalto una funzione fotografica data per scontata fin qui, e preziosissima per noi comuni mortali: quella della "tracciatura visiva" della nostra vita. Fotografie fatte non tanto per ricordare, anche, ma soprattutto per emettere segnali di esistenza, come segnali luminosi emessi nel buio del vivere, essenziali poi per ritrovare persone ormai quasi dimenticate, luoghi abbandonati, situazioni vissute decenni prima. La nuova tecnologia digitale di produzione e conservazione rischia in effetti di disperdere definitivamente questa funzione sociale, trasformando in un puro "consumismo a perdere", il fare e farsi fotografie nel proprio quotidiano.

 La figura di John May (un bravissimo Eddie Marsan), impiegato di un municipio della Grande Londra addetto a rintracciare i familiari delle persone decedute in solitudine, per poter loro dare degna sepoltura alla presenza di parenti e amici, è quasi la rappresentazione vivente del motivo fondamentale per cui un mondo sta scomparendo: la lentezza, il vuoto del tempo reale che crea lo spazio indispensabile per la riflessione e l'approfondimento è ormai un lusso troppo costoso in termini di produttività capitalistica. May appartiene al mondo fotografico della chimica, della carta, dei faldoni polverosi, dove tutto è meticolosamente conservato in attesa di essere ritrovato da una paziente ricerca in archivio che può anche durare settimane. Un mondo morente, sostituito dalla velocità di comunicazione, dalla rapidità come valore primario, a tutti i costi. Il mondo del fare, e fare subito, perché già se ci pensi sei in ritardo. Un mondo virtualizzato, connesso e digitale che costa molto meno, che fa perdere posti di lavoro, soprattutto di quei lavori "di concetto" che chiedevano pazienza, esperienza e, in definitiva, amore. May dichiara nel film di "amare il suo lavoro" per triste che possa apparire dall'esterno. Difatti lo svolge con scrupolo appassionato, diventando quasi un detective pur di rintracciare le persone, le vite, le storie. Anche solo per poter scrivere un bel ricordo, che verrà letto dal religioso della confessione a cui apparteneva il defunto, con la musica giusta, trovata anch'essa nel viaggio di conoscenza che May indefessamente fa verso questi sconosciuti.

Tutto il fim è inoltre sostenuto da un'ottima fotografia, nella quale i riferimenti a grandi autori documentaristi anglosassoni degli anni '70-'80 sono evidenti. Il finale, che non svelo, è troppo consolatorio, e quindi debole, ma umanamente comprensibile e commovente. Sarà che sto invecchiando, ma anche stavolta la lacrimuccia mi è sfuggita. Paradosso finale: il film l'ho visto in una meravigliosa piccola sala del quartiere San Salvario di Torino: il Cineteatro Baretti, che non ha solo una programmazione degna dei migliori cinema d'essai della mia gioventù, ma funge anche da teatro e centro di utilità sociale per il quartiere. A riempire fino al colmo la sala da 100 posti c'erano molti "lupi grigi", ma anche qualche giovane e diverse famigliole. Il fim ci veniva proiettato in digitale. Davvero una curiosa esperienza ibrida  tra il Paleolitico che muore e il futuro che avanza, sempre che avanzi per davvero.

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