Quello che penso di pensare.


©2013 Fulvio Bortolozzo.
 L'anno inizia con un pensiero che da parecchio tempo mi rigira in testa. Ora sto scrivendo. Per farlo, delle parole emergono dalla mia mente e si allineano sul monitor. A volte le cambio. Rileggo e, se non sono convinto, correggo. Insomma lavoro con il linguaggio scritto-verbale italiano per trasferire a chi sa leggerlo quello che penso, o almeno quello che penso di pensare. Lì sta il punto. Un modo diffuso di praticare la fotografia espressiva è quello di "mettere in immagine" il linguaggio scritto-verbale. Basta prendere un testo d'interesse, chessò un brano da una poesia, una frase da un saggio o un aforisma qualsiasi. Il trucco semplifica. Il problema resta solo quello di selezionare il visivo che meglio sopporta la "traduzione". In fondo, il trito e ritrito sistema di dare o darsi dei "temi", di triste derivazione scolastica, a questo serve. Eppure provo una insopprimibile, e crescente, insofferenza verso questo approccio al fotografico. Nei corsi che svolgo, fin da quello basico, il grosso del lavoro sta proprio nel liberare le menti degli allievi dalle parole, da quello che pensano di pensare perché sanno dirlo o scriverlo. Nel vuoto così creato, ecco che l'esperienza del fotografico può finalmente manifestarsi e condurci dove mai avremmo saputo pensare di andare.

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