Il bambino di Mario.

La notizia è che Simona Guerra ha dato un nome e un cognome al famoso "Bambino di Scanno". Sì, quello dell'immagine che rese celebre nel mondo della fotografia artistica l'italiano Mario Giacomelli perché il mitico curatore del MoMA di New York, John Szarkowski, se ne innamorò e la volle, unica fotografia italiana esposta, nella mostra The Photographer's Eye del 1966. Sulla falsariga della scoperta di Simona Guerra, il giornalista de La Repubblica Michele Smargiassi è andato a trovare il signor Claudio de Cola e lo racconta in un articolo apparso sul suo blog.

Tutto per il meglio quindi. Il bambino di allora (1957) è ben vivo, ma sta altrove. La mamma è anch'essa in buona salute, come il padre, e vive ancora a Scanno, paesino degli Abruzzi divenuto in quegli anni Cinquanta uno dei luoghi mitici della fotografia, per via dei suoi abitanti vestiti con abiti tradizionali neri e tanto fotogenici (Persino HCB fotografò qui). Fossero i fotografanti odierni più sensibili a questi aspetti del loro oggetto di interesse, e disposti a far cacciare alle amministrazioni locali e agli sponsor qualche soldo, ci starebbero pure bene una bella lapide commemorativa e una celebrazione con relative prolusioni di notabili ed eruditi.

Tuttavia, mi chiedo, e chiedo ai miei venticinque manzoniani lettori, che importanza può avere il sapere chi sia oggi la persona che in quell'icona partorita da Giacomelli divenne "il bambino di Scanno"? Giacomelli non era un fotoreporter, non siamo quindi nemmeno per sbaglio nelle vicinanze della "bambina afgana" di McCurry. Non era nemmeno uno studioso come Hine e non stava facendo un'indagine sociologica su Scanno e i suoi abitanti. Giacomelli era un artista, o se si vuole un poeta. Prendeva dalle tracce fotografiche quello che gli serviva per costruire le sue liriche visive. Cosa si aggiunge allora a quella fotografia rintracciando e parlando con il sig. de Cola, i suoi genitori, parenti e amici? Niente di davvero utile per capirla meglio.

Andiamo perciò oltre e facciamoci altre domande. Perché è così importante nella "storia della fotografia" questa immagine che lo stesso Giacomelli non considerava tra le sue più riuscite? Perché è di un italiano? Perché è stata fatta a Scanno? Perché l'ha detto Dio (in arte John Szarkowski)? Queste sarebbero delle belle domande a cui mi piacerebbe tentassero di rispondere una valente studiosa di Giacomelli e uno stimato specialista giornalistico di fotografia. Alzare l'asticella oltre il livello di Carramba o Chi l'ha visto?, questo sarebbe un bel compito per degli intellettuali. Lo pensava anche Pasolini mi pare... 

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Mondi paralleli.


Torino, 2013.  - ©Fulvio Bortolozzo
In fondo è un'esperienza tutto sommato molto semplice. Della luce che viene trattenuta come traccia iconica visibile in modo durevole su di una superficie piana per tramite di un apparato tecnico. Un'immagine "automatica" insomma. Ci stiamo avviando ai due secoli di storia di questo procedimento e in un lasso di tempo così breve, sette od otto generazioni, esso ha completamente rivoluzionato il rapporto degli umani con le immagini. Da quel fatidico 1839, proprio a causa dell'inarrestabile pervasività sociale del fotografico, stiamo vivendo una esponenziale e paradossale "inversione dell'esperienza": ogni umano nutre ormai la propria mente più delle loro tracce fotografiche che delle percezioni visive dirette dei fenomeni. Una distorsione delle sorgenti del pensiero che trasforma il mondo in un mero set funzionale per immagini ottiche, le uniche ad essere oggetto d'interesse concreto. Ciò che non viene fissato in fotografie, o video, non è nemmeno "esperibile" e non rileva concettualmente. Un'allucinazione collettiva insomma. Eppure lo stesso strumento che provoca tutto ciò, contiene gli elementi essenziali per uscire fuori da questa spirale nevrotica. Per esempio, realizzare fotografie che siano una restituzione verosimile di un visivo esperibile in buona parte anche direttamente di persona nel luogo stesso dove il fenomeno si manifesta può essere una sorta di terapia per l'uscita accompagnata dall'incubo. Fotografare quindi per tornare a far porre l'attenzione di chi osserva le fotografie sulla sorgente dell'immagine e non per alimentare all'infinito il sogno di impossibili mondi paralleli.
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