Il fotogiornalista: tra Hansen, Pellegrin e Voisin.

©Olivier Voisin
Oggi si mescolano nella mia mente tre figure tra loro differenti, ma tenute insieme da un filo che mi pare di intravedere. Penso a dei fotografi che usano per professione la fotocamera per informarci sui fatti che avvengono nel nostro mondo, giorno dopo giorno.

Il primo, Paul Hansen, svedese, ha vinto quest'anno il prestigioso World Press Photo. La sua fotografia ha fatto il giro del web, ne ho già scritto anche in questo blog e non sto quindi a ripubblicarla.

Il secondo, Paolo Pellegrin, italiano, acclamato fotografo della Magnum, è incespicato in una sgradevole polemica avviata dal blog BagNews Notes per una sua fotografia tratta dal lavoro "The Crescent", più volte menzionato e premiato.

Il terzo, Olivier Voisin, francese di origine coreana, è deceduto ieri in un ospedale di Istanbul per le ferite riportate in Siria giovedì scorso.

Quest'ultimo fotografo, Voisin, è stato all'origine di quel filo, anzi lo è stata la notizia della sua morte. La morte, vera, concreta, definitiva di una persona che per mestiere aveva scelto di fotografare la vita in tempo di guerra, quindi anche ciò che ne resta quando viene distrutta nei corpi e nei luoghi. Sul suo sito, http://oliviervoisin.fr, che invito tutti a visitare, si vedono molte fotografie riprese in varie parti del mondo. Non solo di guerra. Tutte però hanno in comune una forma visiva rispettosa di quanto può essere trattenuto dal quel meraviglioso congegno che è una fotocamera. Niente eccessi, niente cieli tempestosi, niente fotoscioppate "da paura", niente simbolizzazioni tirate all'estremo per inseguire chissà quale premio prestigioso. A conferma di tanta, oserei dire, "francescana" umiltà, trovo queste parole in una sua intervista rilasciata nel 2012:

"Se ho un dubbio su una foto, come per esempio l’interpretazione che se ne può fare nella stampa, la elimino. Le didascalie sono molto importanti: dove stavi, quando, con chi, cos’è successo ? etc. Ci ricordiamo spesso soltanto di una foto, quella che sarà sulla prima pagina, ma è innanzitutto una serie di foto che racconta una storia. A volte soltanto 4 foto sono necessarie, a volte hai cosi tanto da dire che ne utilizzi 40".

Ecco, pensando a Olivier, e guardando la fotografia vincitrice del WPP di Hansen, vedo una forzatura della retorica visiva che tradisce lo spirito dell'informazione, la imbelletta rendendola meno concreta, forse più guardabile, ma ormai preda della comunicazione, così come la vogliono i "sarti" dei media e delle giurie di settore. Però Hansen era lì, come Voisin. Quelle persone gli si sono parate davanti e il raw del suo file ritoccato lo può serenamente dimostrare. Non ha tolto o aggiunto nulla, ha stravolto la luce, ha "cerificato" le persone, cadaveri dei bimbi in primis, rendendoli buoni per il Museo Grévin mediatico, ma quel fatto è incontestabile. Per dare un'idea del paradosso che vedo nella situazione, ho fatto una elaborazione grafica della sua fotografia, di nuovo senza aggiungere o togliere nulla, e anche questa mia versione, a rigor di logica, potrebbe benissimo svolgere la stessa funzione informativa, perché pur nello stravolgimento visivo è pur sempre una traccia della sua presenza lì in quel tempo e luogo.

©Paul Hansen (from)


Pellegrin invece segue un'altra via. Svolge un tema, all'interno di una [com]missione Magnum (ché questa gloriosa etichetta "indipendente" sempre più spesso campa di commissionati...). Il destro lo dà la scomparsa, nei fatti, della potente industria Kodak, così come l'ha conosciuta la storia della fotografia. Il luogo è la capitale della Kodak: Rochester (NYC, USA). A Pellegrin tocca, o si sceglie, la parte "violenta". Una zona, The Crescent, che contiene una polveriera sociale: povertà estrema, microcriminalità elevata, sparatorie, bande, le solite cose insomma. Il tutto nella tesi di fondo che sia anche il declino della Kodak a favorire il degrado. Il tema è chiaro, non semplice però. Si tratta di raccogliere materiale e che sia materiale non consumato, né generico. Lo stile dell'autore è consolidato: forti contrasti in bianco e nero, inquadrature complesse, ma allo stesso tempo dinamiche e di immediata efficacia visiva. Il tempo stringe. I commissionati non possono durare anni. Pellegrin è uno dei guru del fotogiornalismo mondiale. Frotte di studenti e aspiranti fotogiornalisti lo assediano e si rendono disponibili ad aiutarlo nei suoi progetti, anche gratuitamente, pur di accedere al Verbo incarnato. Di questo divismo, non può non essere cosciente Pellegrin.

© Paolo Pellegrin/Magnum Photos


A fronte di ciò, l'ennesimo giovane di belle speranze, studente di fotogiornalismo si accoda e lo aiuta. Il giovane è un ex Marine, possiede delle armi, frequenta il tiro a segno. Bingo! Anche se non abita nella zona del Crescent, ma non troppo lontano, basta indurlo a farsi fotografare con l'artiglieria addosso e in un semioscuro garage per renderlo uno dei simboli del progetto, anzi quello più premiato. Peccato che il giovanotto non sia un africano sconosciuto, un asiatico senza fissa dimora, insomma uno dei comodi invisibili, sui quali si possono fare e disfare didascalie e notizie. Siamo negli States, in un angolo colto e molto attento alla cultura fotografica, in specie sui temi del giornalismo e dell'etica; l'escamotage viene a galla. Un caso di fotoscioppata delle coscienze, mi verrebbe da dire. Qui in Italia, eredi anche della vicenda Vernaschi, Pellegrin trova e troverà stampa disposta alla compiacenza. Siamo sempre il paese dove Macchiavelli nacque, patria del cinismo a tutto campo. Ma nel mondo anglossassone i nostri sgraziati giri di valzer con l'etica, figli di una cultura cattolica perdonista, non ispirano simpatia, checchè noi si creda. Furbate come questa di Pellegrin, con tutte le scuse e le attenuanti generiche dovute ad un grande fotogiornalista, non ci aiutano a conservare quel bene essenziale, più di ogni spread, che stiamo dilapidando: la credibilità.

In conclusione, un fotogiornalismo coraggioso, rispettoso dei suoi soggetti e della loro identità, scevro da ogni ambizione "artistica" ottenuta a colpacci di fotoritocco, davvero in grado di farci avere fotografie che assomiglino molto a quanto visto e capito da un testimone coinvolto, ma non cieco, o peggio consapevolmente omissivo, ci è più che mai necessario proprio ora che tutti sembrano impazzire di piacere per immagini il più distanti possibile da un mondo in cui troppo si sopravvive, invece di vivere. Ecco perché la perdita di un giovane come Olivier Voisin mi appare oggi così dura e difficilmente rimediabile.

(fonte notizie di Olivier Voisin: http://frontierenews.it/2013/02/siria-e-morto-il-fotoreporter-olivier-voisin/)

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Tot capita, tot sententiae.

Ogni volta che mi capita di sentire qualcuno giustificare le proprie scelte per il semplice motivo della sincerità, magari tacciando altri di ipocrisia, mi convinco sempre più della opportunità di una precisazione. Infatti sincerità non è sinonimo di verità. Ritengo pertanto necessario giungere alla puntualizzazione dei due termini per non continuare a cadere nell’equivoco della loro giustapposizione. La sincerità è una dote apprezzabile e rende un ottimo servizio alla verità, ma non è garanzia assoluta di verità. Difatti si può essere sinceri e, nel contempo, non veri. E mi spiego. Ad esempio, avendo ricevuto una informazione errata, pur essendo un "campione" di sincerità, la notizia che sono in grado di comunicare non è affatto vera. Credo sia evidente a tutti che, almeno in questo e in casi simili, la sincerità è tutt’altro che la verità, anche se è salva la mia buona fede. È chiaro allora che se la sincerità dipende dalla volontà dell’individuo (l’uomo sincero), la verità ha una dimensione che supera il singolo e si caratterizza come dato oggettivo, non determinato dall’individuo, per cui non si può parlare di diverse verità, alla stregua delle opinioni che possono essere tante quanto le persone, come recita l’antico detto latino "Tot capita, tot sententiae".

Don Giacomo Simonetti

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Il fotogiornalismo drogato.

Anche quest'anno il contest della fondazione World Press Photo di Amsterdam riesce nell'intento, sempre più evidente, di alimentare lo scandalo nel mondo del fotogiornalismo per raggiungere una visibilità mediatica che altrimenti non avrebbe.

La fotografia vincitrice è l'ennesima icona rimasticata da una storia dell'arte imparata sul Bignami. Lo scorso anno era toccato all'iconografia della Pietà cattolica, stavolta siamo dalle parti del caravaggismo.

Scorrendo poi le immagini vincitrici dei restanti premi si può apprezzare una sovrabbondanza di splatter in gran parte concentrato sulle vicende siriane e del mondo islamico, in genere rafforzato invariabilmente con un uso spinto di tutta l'effettistica più alla moda nel fotoritocco attuale.

Fa, in questo senso, riflettere che la prima frase nell'about the Foundation sul sito WPP sia: World Press Photo is committed to supporting and advancing high standards in photojournalism and documentary photography worldwide (World Press Photo è impegnata a sostenere e promuovere standard elevati nel fotogiornalismo e nella fotografia documentaria in tutto il mondo).

Forse più che sui singoli aspetti, come l'invadenza del fotoritocco o l'esibizione sfrenata della violenza, proprio su questo punto fondamentale sarebbe utile riflettere: gli advancing high standards. Temo che nella versione "olandese" questi standard elevati coincidano proprio con la capacità dei fotogiornalisti di bucare il rumore di fondo mediatico con immagini drogate, in quanto "stupefacenti". Che la droga nel fotogiornalismo arrivi da Amsterdam, non mi stupisce più di tanto. Una droga però, che come tutte le droghe, ingenera iniziale benessere ed euforia, ma rende schiavi di dosi sempre maggiori e sempre meno efficaci. Una spirale perversa verso l'autodistruzione. Proprio quello che sta succedendo al fotogiornalismo, costretto ad immaginare improbabili vie d'uscita "pittoriche" o "pseudoartistiche" (una specie di metadone...) nel tentativo di sopravvivere senza l'unico vero elemento fondamentale del suo esistere: l'etica dell'informazione.

A mio modo di vedere, non esiste una via media nel combattere la droga: o ci si droga o non ci si droga. Per questo un rimedio utile può essere quello della tolleranza zero verso ogni manipolazione post ripresa. La fotocamera contiene già una sua ideologia di funzionamento (l'inconscio tecnologico) che si può più facilmente imparare ad interpretare se il dato rimane com'è generato dal processo attuato in ripresa. Non si tratta di tornare ad epoche mai esistite di "purezza". Al contrario di inaugurare un'epoca dove l'icona la faccia solo la macchina nel momento in cui funziona e gli umani usino questo prodotto tecnico per la loro relazione con l'esistente. Uscire dall'informazione drogata si può, a patto di accettare la miseria formale di povere immagini tecniche, e non estetizzate a posteriori, per informare. L'invito quindi che mi sento di fare ai fotogiornalisti e ai photo editor è quello di lasciare l'estrema violenza e la post produzione all'ambito dell'espressione personale e della ricerca artistica. Diversamente ad Amsterdam, il prossimo anno, andateci per farvi un giro in bici o in barca sui canali e, per favore, risparmiateci l'ennesima dose della vostra droga...

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Solo un episodio irripetibile.





















Il giorno di San Valentino di ventun anni fa scompariva Luigi Ghirri. Per una coincidenza di date, dalle ore 14 di oggi si apre la camera ardente di Gabriele Basilico presso il suo studio in via Pergolesi 19 a Milano. Il pensiero corre, come in un corto circuito, dall'uno all'altro. Persone che con il loro lavoro fotografico hanno saputo indicare la strada a molti amici e colleghi e continueranno a farlo per generazioni.

Ad accomunarli per sempre, fu la leggendaria esperienza di Viaggio in Italia (1984), una mostra collettiva nata dall'intuizione profetica di Luigi Ghirri. Fu lui difatti a capire che per cambiare davvero lo stato delle cose nel mondo stagnante della fotografia italiana dell'epoca sarebbe stato fondamentale costruire un fronte culturale comune tra quei fotografi che cercavano di rinnovare il loro rapporto con il fotografico. Certamente lo fece in modo autoreferenziale e soggettivo, ma riuscì comunque a colmare un vuoto, alimentato anche dall'assenza di un sistema istituzionale e critico in grado di svolgere l'attività di selezione e sostegno dei valori più interessanti.

A quell'impresa Gabriele Basilico partecipò con opere tratte dal progetto che gli fece ottenere i primi riconoscimenti: Ritratti di fabbriche. Una parabola che da allora avrebbe continuato a crescere, attraverso la partecipazione alla missione DATAR e con tutti gli sviluppi successivi. Altri grandi nomi di quella che sarebbe diventata la "scuola italiana del paesaggio", parteciparono all'impresa ghirriana. Tra tutti, ricorderei in particolare quelli che raggiunsero maggiore notorietà: Olivo Barbieri,  Vincenzo Castella, Giovanni Chiaramonte, Mario Cresci, Vittore Fossati, Guido Guidi, Mimmo Jodice.

Queste sono le radici vive dalle quali può nascere un pensiero fotografico ancora oggi. Con queste radici è indispensabile confrontarsi per far crescere nuovi valori, in grado di ereditare e al contempo rinnovare la capacità della fotografia di misurare (come amava dire Basilico), ma anche di misurarsi con i luoghi contemporanei. Una sfida complessa e non necessariamente vincente. Starà a chi rimane, a chi oggi sta crescendo e a chi crescerà domani di non lasciare che questo patrimonio di intelligenza, sensibilità, civiltà e coraggio etico rimanga solo un episodio irripetibile.



Siamo un po' più soli...

Mi è arrivata poco fa la notizia della scomparsa di Gabriele Basilico. Non c'è davvero bisogno di spendere nessuna parola per spiegare chi fosse a chiunque abbia anche un minimo di contatto con la fotografia d'autore italiana degli ultimi trent'anni.

Come pochissime altre figure, tra cui quella di Luigi Ghirri, ha saputo costruire nel tempo un pensiero e una visione di straordinaria qualità è unicità.

Mai contento di quanto fatto, ha sempre cercato l'evoluzione, lo sviluppo di nuovi modi di relazionarsi con la contemporaneità in trasformazione. Ogni passo, contiene una lezione, ogni scelta formale o concettuale possiede un seme che porta e porterà sempre nuovi germogli.

Oggi è un ben triste giorno per la comunità dei fotografi ed è straziante per quanti l'hanno amato.

Nelle rare occasioni d'incontro, mi sono sempre rammaricato di non esser mai riuscito a costruire con lui un qualche rapporto di buona conoscenza, se non di amicizia. Differenze emotive forse. In ogni caso, non ho mai smesso, e non smetterò mai, di avvicinarmi con rispetto e desiderio di conoscenza alla sua davvero magistrale lezione.

Grazie Gabriele, sei un faro che illumina la strada, anche se ora, senza di te, sarà molto più difficile anche solo scorgerla. Non c'è niente da fare, inevitabilmente, siamo un po' più soli.

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Un'esercitazione sugli stili.

©2008 Fulvio Bortolozzo - serie Scene di passaggio (Soap Opera).
Parafrasando Mac Luhan si può dire che per il fotografo lo stile è il messaggio; la fotografia diventa così una delle tante manifestazioni della cattiva pittura.

C'è stato un periodo in cui i "toni alti", cioè l'immagine risolta solo nelle gradazioni più tenui del grigio tendenti idealmente al bianco, hanno imperversato, chiara metafora di quel "sublime" continuamente ricorrente in pittura. Oggi sono le forme tardo surrealiste, l'illusionismo onirico, la spietatezza iperrealista e, nei casi più irrecuperabili, lo sfumato impressionista con valenze astratte, che si dividono i consensi più entusiasti.

Tutto questo rende la fotografia una delle forme più alienate del "do it yourself"; invece di portare alla costruzione di oggetti rappresenta un'esercitazione sugli stili.

Franco Vaccari,
da Fotografia e inconscio tecnologico (1979).

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Tutti gli aspetti del reale.

©2013 Fulvio Bortolozzo - dalla serie Note a perdere.
Se è vero, come dice R. Castel, che "ogni immagine è la presentazione di una assenza e la fotografia è l'assenza reale, la presenza familiare e autentica della realtà in sua assenza", oggi bisogna constatare che questa assenza sta diventando totale, si fotografa per provocarla, quasi che l'oggetto diventi visibile e tollerabile solo se posto a distanza incolmabile. La fotografia diventa così, in realtà, una tecnica di allontanamento, una tecnica di controllo.

L'immediata prossimità non è sopportabile se non in effigi. In un mondo esploso, dove l'oggetto liberato diventa metafora inquietante dell'impossibilità di controllo, la fotografia diventa lo strumento che esorcizza se stesso. Essa suscita rassicuranti fantasie di potere e l'archivio, da quello della polizia fino all'album di famiglia, diventa lo strumento che permette di imbrigliare e regolare l'energia degli oggetti liberati. Il rischio è che l'archivio si trasformi in una realtà autosufficiente, senza più bisogno del riferimento a qualcosa altro da sé.

Compiuta questa operazione, omologa alla trasformazione della realtà in spettacolo, sarà perfino possibile provare il gusto del coraggio generoso senza muovere un muscolo, quello della partecipazione senza rischio, a tutti gli aspetti (possibilmente inquietanti) del reale.

Franco Vaccari,
da Fotografia e inconscio tecnologico (1979).

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