16/12/13

Scrivere con la luce.


Appunti per gli occhi (2009-2011).
Stamattina la rete mi ha nuovamente manifestato la sua forza di interconnessione mentale. Due interlocutori abituali hanno orientato i miei pensieri in una direzione imprevista.

Il primo, Nello Rossi, assiduo e prezioso frequentatore del gruppo di Facebook We Do the Rest, nel ripubblicare un suo testo del 29 aprile scorso, intititolato Spettri peripatetici e scheletri nell'armadio, scrive: "Ando Gilardi ci ha insegnato che il "vero" illustratore, cioè il sapiente utilizzatore di immagini, parte da queste per poi scrivere: l'esatto percorso inverso di solito seguito da chi confeziona libri giornali periodici e documentari. Quasi sempre, inoltre, le attività di scrittore e illustratore non sono svolte dalla stessa persona." Incontrando queste parole ho sentito qualcosa agitarsi in me ed ho subito così commentato: "Il fotografo dovrebbe scrivere con la luce. Invece mette solo in fila delle icone prodotte da una macchina. Quando conquisterà anche la parola, meglio tardi che mai, sarà finalmente libero e la smetterà di affidare ad altri scriventi il suo semilavorato."

Il secondo, Michele Smargiassi, ha postato nello stesso gruppo il link al suo ultimo articolo, dal titolo Intrepido, tremebondo, visagista, dialettico o solo utile? Nello specifico il tema che affronta è quello di quale sia il ruolo che sta assumendo il fotogiornalista contemporaneo; discorso il suo, tra l'altro, che trovo davvero lucido. Ma il passaggio che ha attratto la mia attenzione, ormai innescata nella direzione indicata da Nello, è questo: "Il fotografo ora è programmaticamente un autore (colui che crea) più che un reporter (colui che “porta a casa”), un commentatore più che un fornitore di “materia prima semilavorata”, un osservatore del mondo più che un comunicatore."

La sintesi che ne ricavo è che oggi più che mai chi fotografa con l'intenzione di esprimere un suo punto di vista sulle cose deve vincere l'afasia nella quale ha pensato fin qui di potersi comodamente rifugiare.  Affidare alle fantomatiche "mille parole" tutto quello che c'è da dire attorno alle proprie immagini, lasciando che altri funzionari della comunicazione le scrivano, non basta più.  Urge la conquista del "verbo", e quindi anche della significazione. Se questo controllo razionale del processo di comunicazione non fosse possibile ottenerlo da soli, allora è tempo di cercare alleanze condivise.

"Fare fotografia" è sempre più solo l'inizio di un complesso percorso che va interamente progettato da un autore, individuale o collettivo. Le parole sono importanti in questo cambiamento. Quelle del fotografo per prime, perché non è più solo una raccolta più o meno controllata di raggi luminosi lo scrivere con la luce.

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2 commenti:

  1. Per virtù ma sopratutto per necessità verrebbe da dire. Restare a galla nella meta mediaticità di Internet impone al produttore di contenuti il ricorso alla sfera estetica che la fotografia offre. Questa però è solo una parte del tutto. Occorre anche avere qualcosa da dire, e questa è una conseguenza non del tutto indolore se tutta l'attenzione è stata rivolta solo al fare foto e posizionandosi rispetto ad altri che praticano lo stesso fare. Quello che mi lascia poco ottimista è la tendenza dei fotografi a fare comunità a se stante chiudendosi ad istanze più vaste. Temo che sarà più facile che altre competenze si atrezzino, magari anche male, di capacità immaginifiche piuttosto che il contrario.

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    1. Grazie del commento Mauro. Temo anch'io sia come scrivi, ma d'altronde il fotografico è un mezzo a disposizione di chi sa e vuole usarlo. Non c'è una patente o una diversità antropologica che possano impedire agli attuali fotografi di estinguersi e di venire sostituiti da nuovi fotografi con caratteristiche totalmente differenti.

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