Veloce, lento o di qualità?

©2010 Fulvio Bortolozzo.
Intervengo con piacere in un discorso aperto da Sandro Bini sul suo blog Binitudini e proseguito da Rosa Maria Puglisi su Lo specchio incerto. Ad essi rimando direttamente chi desiderasse seguire dall'inizio i ragionamenti messi in campo.

In estrema sintesi, il tema è quello dei cambiamenti, direi antropologici, che stanno avvenendo nel mondo fotografico per l'avvento delle tecnologie smart di produzione e condivisione delle immagini.

La contrapposizione messa in evidenza da Sandro è quella tra la fotografia fatta con il cellulare, diffusa quasi all'istante in rete, e la  tradizionale fotografia lenta che prevede la ripresa (magari su pellicola), lo sviluppo (o la postproduzione), la selezione delle immagini e alla fine la presentazione al pubblico: di amici e parenti, come nelle fantozziane serate di proiezione delle diapositive d'antan, o anche ai visitatori di mostre e ai lettori di edizioni cartacee, nel caso di lavori professionali, d'arte o di "amatorialismo evoluto" (resta poi da capire quale Darwin abbia deciso chi è evoluto e chi no...) .

Il dilemma quindi è se non si sia perso per strada qualcosa di essenziale nel passaggio dalla procedura lenta a quella veloce e se non ci sia un vantaggio a favore della prima che merita ampiamente di essere recuperato. Sandro sembra pensare di sì, o almeno così capisco io, e Rosa Maria invece è più cauta, non attribuendo necessariamente ad una procedura il fatto di essere migliore di un'altra.

Io proporrei ai miei gentili amici di blogging di mettere al centro della conversazione il tema della qualità. Un fotografico di qualità, quali caratteristiche dovrebbe avere per essere riconosciuto come tale? Dove per fotografico intendo non solo un gesto tecnico specifico, ma proprio un approccio concettuale all'immagine profondamente influenzato dalla possibilità, ormai semplificata e diffusissima, di poter ottenere immagini durevoli mettendo in azione appositi congegni.

In proposito, prima di passare la palla, dico la mia. Un possibile metodo per dividere il grano dal loglio potrebbe essere quello di provare a valutare se una data immagine fotografica, o serie d'immagini, abbia una qualche chance di poter diventare un classico (in senso calviniano) o invece non possa serenamente essere vista e poi dimenticata. Nella storia della fotografia, almeno quella fin qui tramandata, solo difatti le fotografie che hanno saputo superare la loro epoca di produzione, rimanendo fonte d'interesse per le generazioni successive, hanno dato concreta dimostrazione di possedere una qualche effettiva qualità. Qualità culturale in senso ampio, non solo artistica quindi. Certo anche il criterio di qualità è soggetto alle oscillazioni del gusto e quindi immagini che oggi si possono sentire come orrende (vedi un mio post, per esempio), potrebbero un domani essere persino rivalutate. Resta però il fatto che almeno il dibattito si sposterebbe dalle procedure, dalle tecnologie e dalle questioni più o meno estetiche alla questione fondamentale: la qualità. Per come si può capirla e riconoscerla nel corso del tempo.
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