Pedalare verso la libertà.

Segnalo agli affezionati lettori di questo blog un film della regista saudita Haifaa Al Mansour ancora in programmazione in alcune sale italiane: La bicicletta verde (Wadjda).

Il tema di fondo è quello della condizione femminile in un paese di stretta osservanza islamica come l'Arabia Saudita. Il punto di vista scelto è quello di una bambina della piccola borghesia della capitale Riyāḍ. Nonostante viva una situazione familiare tradizionale, e frequenti una scuola che inculca i precetti religiosi con asfissiante rigidità, il suo spirito individualista e ribelle la spinge a comportamenti e desideri considerati del tutto inadeguati dalla moralità del suo ambiente.

Lo svolgimento della vicenda non è curato in ogni dettaglio, anche il doppiaggio non è felicissimo, ma nonostante le pecche il film riesce a coinvolgere e persino, a tratti, a commuovere. L'ambientazione non è marcatamente documentaristica e senza aver letto qualcosa prima, si fatica a capire dove si svolga la vicenda e perché accadano alcuni fatti. Questo limite consente tuttavia di considerare il racconto più universale, almeno facendo riferimento a paesi dove la Sharia sia alla base della vita civile e politica.

Durante la visione ho provato una forte avversione per il sistema di regole e codici di comportamento descritti. Questo mi induce a temere che tutto si possa ridurre nella coscienza dei più alla contrapposizione tra la apparente libertà della cultura occidentale e la repressione della cultura islamista ortodossa. Sarebbe una cattiva lettura, con addirittura deteriori risvolti propagandistici, che aumenterebbero le distanze, già fin troppo ampie, tra i due mondi. Troppo facile difatti uscire dalla sala sentendosi fortunati per non essere nati donna, nel caso si sia uomini, e per non essere costretti a vivere in paesi come quello.

In realtà nel film si vedono in azione due volontà in perenne lotta: quella del potere ideologico, che in questo caso affonda le sue radici nella religione, e quella della individuale libertà esistenziale. In questo senso, la lotta è in pieno svolgimento anche qui da noi.  La risposta della regista mi pare purtroppo seguire la via della forma sociale intermedia, quella della "libertà borghese", dove all'oscurità repressiva di una civiltà chiusa si sostituisce la fascinazione della civiltà dei consumi, per la quale tutto è lecito, anche trafficare con collanine e audiocassette piratate o imparare a recitare a memoria un testo sacro, pur di accedere ai desideri materiali: andare in giro con una bicicletta nuova fiammante o indossare le scarpe sportive di un preciso marchio di tendenza.

In sostanza, mi pare di assistere al confronto tra due sistemi etici e sociali entrambi in grado di condizionare e limitare le vite delle persone. L'unico vantaggio di quello "occidentale" consisterebbe nella possibilità di scegliersi l'appartenenza e le convenzioni da seguire, cosa però praticabile in qualche forma anche in quello islamico, come ben sottolinea la vicenda della direttrice della scuola, che predica l'osservanza più monacale in pubblico e in privato fa sesso con un giovanotto di suo gusto. Per la serie, ben conosciuta qui da noi, del "si fa, ma non si dice".

Film interessante quindi, proprio perché fa pedalare lo spettatore tra complesse traiettorie di pensiero ed emozione. Cosa questa che male non fa, specie in un periodo di confusione etica come quello in cui stiamo vivendo.

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