Trapani intorno

©2012 Fulvio Bortolozzo - dalla serie Trapani intorno.

In chiusura d'anno pubblico sul sito personale TRAPANI INTORNO, una serie fotografica realizzata in Sicilia durante alcuni spostamenti nel territorio del trapanese.

L'approccio rimane quello della serie madre Scene di passaggio (Soap Opera), di cui mantiene la scelta di seguire le  regole classiche della prospettiva come metodo ancora capace di costruire punti di vista privilegiati da cui osservare e conoscere i luoghi.

L'identificazione dei soggetti è affidata all'incontro, non pianificato, tra il movimento dell'autore e l'esigenza imperativa di prolungare nel tempo e nello spazio la traccia ottica di quanto esperito direttamente. Nella inevitabile causalità e soggettività di questa metodologia, ritengo vi sia il vantaggio di poter tentare di superare alcuni radicati stereotipi culturali sull'idea di cosa possa essere un paesaggio. A favore di questa prassi, a mio avviso, c'è anche la migliore disposizione a ricevere ogni percezione come nuova occasione di conoscenza invece che di conferma di quanto si ritiene di sapere.

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Fotografare per dimenticare



Sbirciando sul blog di Michele Smargiassi, ho letto un articolo intitolato L'inciviltà delle immagini, al quale rimando per comprendere meglio le ragioni di ciò che sto per scrivere. In particolare, una citazione fatta da un commentatore di quell'articolo, Giuseppe De Marte, mi ha indotto a modificare la mia posizione sul fenomeno Instagram, che descrissi qualche articolo fa, come peste oculare.

Ecco la citazione:

La qualità è il nemico di ogni genere di irreggimentazione.
Sul piano sociale ciò significa la rinuncia alla caccia di posizioni di potere, la rottura con ogni culto del successo, lo sguardo libero verso l’alto e verso il basso, il piacere per la vita segreta ed il coraggio per quella pubblica.

Sul piano culturale, l’esperienza qualitativa significa il ritorno dalla radio e dal giornale al libro, dalla precipitazione all’ozio ed al silenzio, dalla dispersione alla concentrazione, dalla sensazione alla riflessione, dallo snobismo alla modestia, dallo squilibrio alla misura.
Le quantità si disputano lo spazio, le qualità si integrano a vicenda.

 Dietrich Bonhoeffer

Vorrei subito ringraziare Giuseppe per la frase di Bonhoeffer, che non conoscevo, ma che sento appartenermi pienamente.

Esistono almeno due modi fondamentali di lavorare sul fotografico: farne oggetto di studio o fabbricarci icone. Nel primo caso non si fa nulla di diverso da quanto fatto nella storia dell'arte visiva. Ci si interroga sullo statuto dell'immagine, si ipotizzano e praticano i suoi possibili valori estetici, sociologici, ecc. ecc. insomma si fa ricerca attorno al mistero del rapporto tra l'umanità e le immagini che essa produce. Nel secondo caso invece si assume tutto il meccanismo come un dato di fatto tecnologico e lo si applica alla produzione di informazioni visive per se stessi, familiari, amici, conoscenti, via via fino agli sconosciuti incontrabili nei flussi della rete. L'uso del fotografico qui è perfettamente "schienato" su quello del verbale di tutti giorni. Oggi le nuove tecnologie digitali e telematiche rendono talmente semplice, rapido ed economico condividere icone invece, o insieme, alle parole, che siamo alla terza alfabetizzazione: linguaggio verbale, scritto, iconico. Nulla di più. Il terrore da implosione entropica che mi pare affligga in modo crescente la comunità di intellettuali, curatori, artisti, critici, studiosi, tra cui umilmente mi metto, è a mio avviso del tutto infondato. Si potrà continuare ad occuparsi della ricerca e miliardi di altri umani useranno invece le icone per relazionarsi, come prima già usavano le parole. Difatti, mica ci confezioniamo un repertorio delle parole che diciamo ogni momento per recuperarle poi a futura memoria o per scriverci dei saggi?  Oggi le immagini tecno-ottiche si fanno e si dimenticano. Solo per un residuo "rispetto", inculcato temo dalla scolarizzazione che sacralizza le immagini dell'arte, invece di farle e cancellarle subito dopo, si mettono in cantina. Proprio come per le robe che si finisce per buttare definitivamente via solo molti anni dopo. Affettività? Forse. In ogni caso, visto che il backup è una procedura di "fotografia digitale sicura", molto poco praticata, ci pensera il prossimo crash dell'hard disk a compiere l'eliminazione finale del flusso ormai consumato. Stiamo passando dal fotografare per ricordare al fotografare per dimenticare.

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Düsseldorf a Torino

Sono andato all'inaugurazione della mostra della Scuola di Düsseldorf da Alberto Peola a Torino. Praticamente verso le 19 non c'era nessuno. La cosa mi ha sconcertato e spero vivamente che la serata si sia poi animata, come dovrebbe sempre giustamente essere in queste serate, vista per di più la grande rinomanza internazionale degli artisti esposti: i coniugi Becher, Andreas Gursky, Thomas Ruff, Thomas Struth, Elger Esser e in ultimo, ma non per ultima, Candida Höfer. In tutto solo una dozzina di opere, ma davvero ben presentate negli spazi della galleria.

Certo non si tratta di novità, ma di conferme semmai, che però continuano a dire la loro dando utili indicazioni a chi si interessa di fotografia dei luoghi. L'occasione poi di vedere degli originali è sempre da accogliere con favore. Tra gli altri, segnalo una Wasserturm del '74 dei Becher, ultima di un'edizione di 5, la prima opera che si incontra entrando, che possiede un fascino direi persino ipnotico. Due Ruff notturni e quadrati attirano per la loro oscurità, non solo visiva. Ovviamente, per la mia sensibilità d'autore, ho sentito molto vicino lo Struth di Calle Walkuski (Lima) del 2003. La Höfer è poi presente con ben 4 opere, tutte coinvolgenti.

 In sintesi, invito gli amici torinesi a non perdersi questa chicca. Se conoscono gli autori, sarà un buon momento per ritrovarli; se non li conoscono, un'ottima occasione per iniziare ad avvicinarli. La fotografia contemporanea deve loro molto, insieme alla migliore scuola americana. Anche la nuova fotografia di  paesaggio italiana, inaugurata da Luigi Ghirri, trova radici forti in questi tedeschi, all'apparenza troppo algidi e concettuali, in realtà ben dentro il mistero dell'esistere che ci riguarda tutti.

Fotografia contemporanea tedesca.
La Scuola di Düsseldorf

Durata: da giovedì 6 dicembre 2012 a sabato 2 febbraio 2013.
Orario: da lunedì a sabato dalle 15.30 alle 19.30. Mattino su appuntamento.

Alberto Peola Artecontemporanea
Via della Rocca, 29 - 10123 Torino
Tel. +39.011.8124460
Fax. +39.011.19791942
Email: info@albertopeola.com
Web: www.albertopeola.com

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