SP 67 un fotolibro oscuro



Ricevo cortesemente dall'autore una copia della sua opera prima editoriale intitolata SP 67 La strada della tramontana scura. In cambio non mi si chiede nulla, se non di sfogliarla e poi, semmai, dimenticarla. Con questo atteggiamento, aperto e modesto, certamente Roberto Schena si è guadagnato il mio rispetto. In tempi di Vanitas imperante sono davvero rare le persone che, pur nella necessità di promuoversi, accettano l'incognita dei pareri non "telefonati" e "amichevoli". In questo senso mi sento in dovere di portare un contributo di riflessione che spero possa essere positivo per lo sviluppo della sua attività artistica.

Devo subito dire che l'opera di Schena mi mette a disagio. Proprio per questo motivo ho preferito trattenermi dal rigettarla. Anche quando fotografo luoghi, una sensazione di sottile inquietudine è spesso fonte di una buona possibilità di ottenere un'immagine inattesa, e forse in parte ancora sgradita, ma certamente molto intrigante.

Andando con ordine, la primissima perplessità l'ho avuta verso il titolo. L'unione ossimorica del burocratico nome della provinciale con la sua definizione comune, molto poetica, prelude ad un viaggio di scoperta, tutto interiore. L'immagine di copertina, di un bianco e nero cupo, minimale, e vagamente in stile "Holga", rafforza questa iniziale impressione. Tuttavia il formato del libro chiuso, tradizionale anche se un po' grande per i testi, ma ostico per fotografie che non siano verticali, lascia intendere un parallelo oggettuale diretto più con la letteratura (magari illustrata) che non con l'album fotografico.



Aprendo il libro, già nella seconda di copertina e nel risguardo si apre una cartina militare che evidenzia i tredici chilometri presi in esame dall'autore con segnati addirittura i numeri di pagina che corrispondono alle fotografie scattate in precisi punti del percorso.

Un richiamo topografico ben evidente che, unito alla notizia dei tre anni impiegati per completare il progetto, aumenta l'aspettativa del lettore di trovarsi poi di fronte ad immagini ponderate con grande accuratezza. Il pensiero corre subito al giovane Paul Graham ed al suo splendido A1 - The Great North Road (1981-82).

 In realtà, superata una doppia pagina al vivo con una fosca panoramica dell'urbanizzazione costiera illuminata, ripresa all'imbrunire dalla SP 67, ci si imbatte subito in un testo bilingue estratto da un diario scritto da un tenente napoleonico disperso con il suo reparto in questa zona ai primi dell'Ottocento. Il racconto è pervaso da un mood orrifico e trasforma l'esperienza dei luoghi in una percezione alterata della coscienza.



Con questo viatico si aprono le doppie pagine seguenti occupate da vedute offuscate e quasi monocrome di boscaglie squarciate da una diffusa debole luminosità in controluce. Salta subito all'occhio un problema grafico editoriale. Queste immagini così oniriche avrebbero bisogno di un contesto d'osservazione che favorisca il soffermarsi dello sguardo e il vagare della mente. Invece l'impaginazione al vivo, spesso persino decentrata (con forte bordo bianco verticale sul lato esterno), il correre nei fascicoli del filo refe al centro di alcune immagini, la difficoltà di spianare la doppia pagina per vedere bene la fotografia e, non ultimo, il numero di pagina sovrimpresso sulla fotografia, spostano la fruizione sul versante delle riviste di tendenza con il conseguente invito allo "sfogliamento veloce".


Devo perciò dire che ho potuto osservare con maggiore attenzione il lavoro di Schena proprio sul suo BLOG, cosa che consiglio di fare anche ai miei lettori. Direi persino che lo "scorrere" del lavoro si presta più ad essere considerato una specie di storyboard per un ipotetico video, che non un succedersi di immagini valide in sè e insostituibili nella loro sequenza associativa, come d'uso nella tradizione del fotolibro o della progettualità fotografica.

In ogni caso, dopo molta foschia e molta vegetazione, qui e là si aprono delle schiarite che consentono di tornare dalle parti della restituzione topografica della provinciale. Sono solo intermezzi, quasi tentativi di tornare alla superficie per non affogare nei meandri mentali che vanno via via imponendosi. Sempre che questo "ritmo" fosse nelle intenzioni dell'autore, pur nell'ostacolo della grafica inadatta, trovo questo il lato veramente prezioso e riuscito della sua opera. Schena riesce per una parte del percorso a trovare un discrimine sottile e affascinante tra il perdersi e il ritrovarsi e lo mantiene per un po', anche con qualche interruzione, come con l'irruzione del maialino nella doppia pagina 13. Lì c'è una forte caduta di tensione. Il racconto del nevrastenico tenentino ottocentesco conteneva mortiferi maiali selvatici e trovarsi di fronte al loro neonato erede contemporaneo, strappa un piccolo sorriso.

Da qui in avanti il procedere si avvita su se stesso, dal primissimo piano di un cavallo agli effetti speciali ottenuti non in postproduzione (a encomio dell'autore, va detto), ma esponendo la fotocamera alle luci e agli accidenti più vari, flashate incluse, in notti sempre più buie cosparse di relitti di auto, animali spersi, altri rami ancora. La mia attenzione cede definitivamente all'apparire del primo individuo mascherato. Ci sento una forzatura, un'occhiolino così strizzato al giovanilismo trendy di stile parapubblicitario anglosassone che mi allontano lemme lemme nel mio buio.

In ultimo ancora una nota. Un breve testo finale, "4 amici", contiene la chiave del percorso poetico seguito dall'autore. Si cita il film "Un tranquillo week end di paura (Deliverance, 1972)" e tanto mi basta. L'entroterra ligure non riesco proprio a percepirlo come un luogo "sublime" nel quale la realtà si capovolga nell'incubo. Ci vuole molta letteratura di lingua inglese in testa e tanta volontà di vedere ben al di là di una semplice provinciale italiana, un po' maltenuta e afflitta da frequenti foschie, perché questo accada, cosa però che oltrepassa le mie attuali possibilità di comprensione.