H prigioniero di CB

Di recente ho ritrovato un vecchio amico: Henri. Ci eravamo incontrati di sfuggita una sola volta a Parigi, grazie ad un altro mio carissimo amico, nella sua Fondazione a Montparnasse. Lui già molto anziano io ancora troppo giovane, di spirito più che d'età. Non ne seppi approfittare, come in tante altre occasioni. Un modo come un altro per collezionare occasioni perdute. Devo dire che purtroppo all'epoca un poco diffidavo di lui. Tutte quelle sentenze a sua firma che si trovavano ovunque mi irritavano: momenti decisivi, allineamenti ocularmentalcardiaci, ecc. In realtà la sua sarebbe la storia di una mente libera che si è andata riempiendo in gioventù di grandi suggestioni d'arte. Dalle frequentazioni surrealiste ai ripassi storici nelle sale del Louvre. L'incontro fortuito con una macchina fotografica esposta in una vetrina della Canèbiere trasformò Henri in un portatore sano del virus surreale contenuto nello spazio ottico. Dicevo sarebbe perché le mostre che continuano a dedicargli, ultime quelle torinese e reggiana, continuano a proporre stancamente l'esibizione mitologica di HCB, ormai un logo più che una persona.

Per la confezione di questo logo la ricetta è rudimentale, ma efficace: si prende il corpus dell'opera di Henri, si smazzano le fotografie più viste, e ormai riconoscibili a colpo d'occhio dagli innumerevoli catechisti della religione apocrifa momentodecisivista, e si spiattellano sulle pareti, meglio se in numero superiore a cento, così il prezzo del biglietto sembra un'offerta irrifiutabile di Groupon. In questo modo saltellando felicemente tra una fotografia del primo periodo, una degli anni Cinquanta e una magari di poco prima che, unico esempio a mia conoscenza, appendesse la fotocamera al chiodo, si perpetua il mito dell'uomo che sapeva prendere la vita per la coda e coglierla sul fatto, mentre accadeva al suo punto culminante. D'altronde le religioni han bisogno di fede mica di analisi critiche. 

 Peccato, davvero peccato che per superficialità culturale, voglio sperarlo, si eviti accuratamente di spiegare ai sempre numerosissimi visitatori, spesso dotati di fotocamera ultimo grido al collo al posto della più tradizionale sveglia, che Henri non era dotato di scienza infusa e nemmeno annunciava nuovi vangeli fotografici. Era umano come tutti noi e però si era preso la briga di studiare. Studiava molta dell'arte sua contemporanea e anche passata; se ne nutriva in modo insaziabile. Così poteva poi "ritrovarla" quando si manifestava davanti a lui. 

 Per capire bene questo aspetto meno evidente della sua procedura, sarebbe una buona volta utilissimo poter vedere le immagini, meglio se accompagnate da quelle poco o mai viste, in banale ordine cronologico. Si scoprirebbe così facilmente che esistono tanti Henri sotterrati sotto la sigla HCB: quello degli anni Trenta, la sua prima evoluzione degli anni '40, l'Henri più riconoscibile degli anni Cinquanta e persino quello insospettabile che accoglie l'irruzione di un certo Robert Frank e aggiorna di conseguenza il suo modo di fotografare.

 Ma tutto questo sarebbe fonte di disillusione per moltitudini di adepti. Si direbbe loro che per arrivare almeno ai tacchi del loro falso idolo non servono le Leica a telemetro e nemmeno l'occhio del falco, ma la volontà indefessa, alfieriana direi, di studiare una buona volta la Storia dell'Arte, cosa ignota e persino sgradita ai praticanti bressonini più fondamentalisti. Henri era un galantuomo, non se l'è mai sentita di vedere occhi delusi attorno a se e preferiva che ognuno credesse di lui ciò che voleva purché lui stesso fosse lasciato libero di inseguirsi anche senza fotocamera, in punta di matita, fino all'ultimo respiro. Ecco la vera lezione immortale di Henri: sentitevi sempre liberi di cercare voi stessi, oltre i miti e le altrui credenze.

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