Fotografare la detenzione

Monica Russo
Una settimana fa si è inaugurata alla Galleria FIAF di via Santarosa a Torino la mostra finale del contest fotografico ideato dall'Associazione Culturale Interno4  insieme con la Società Fotografica Subalpina intitolato Detenzioni. Per conoscere i dettagli dell'iniziativa, basta cliccare sui relativi link ipertestuali.
In sintesi, si è chiesto ai partecipanti di realizzare un massimo di cinque fotografie scegliendo come riferimento espressivo uno dei testi scritti da persone detenute e leggibili QUI.
Augusto Bertini
Alla mostra si possono vedere le opere selezionate dalla giuria, una per ciascun autore, oltre alla serie di cinque risultata vincente quella di Augusto Bertini. Ogni lavoro è accompagnato da una breve didascalia contenente un estratto del testo preso a riferimento per realizzarlo, questo per dare modo al pubblico di potersi formare una prima possibile idea sulla relazione tra testi e immagini.
Vittorio Scheni
 A completare l'evento inaugurale, oltre agli interventi di rito, c'è stato un breve, ma intenso, discorso di Vittorio Scheni, che di carcere e fotografia ha avuto modo di occuparsi con una attenzione e sensibilità non comuni. In una bacheca sono esposti due suoi fotolibri dedicati rispettivamente al carcere Le Nuove di Torino, oggi dismesso, e al sistema carcerario nicaraguense. Ho avuto poi anche modo, grazie alla gentilezza di sua moglie, di sfogliarne un terzo, Foto da galera, opera del regista torinese Davide Ferrario.
Manuela Corneo
Mi è stato detto che la mostra avrà una circuitazione nazionale e quindi si potrebbe fare una riflessione più generale sul rapporto tra fotografie e carcerazione, al di là del contest in questione. Prima però, per non sfuggire all'evento torinese, segnalo qui, riproducendone delle parti, le opere che hanno attratto la mia attenzione. Una selezione del tutto arbitraria e guidata solo dall'istinto, senza rapporto con il testo e il contesto detentivo.
Gisella Molino
Trovo importante questo aspetto, nel mio modo di pensare al fotografico e all'immagine in genere, perché, al di là di ogni discorso e buona intenzione o intensità di un tema, alla fine resta un'icona, che nel caso della fotografia è anche una traccia, un indizio di contiguità con un qualche fatto accaduto. L'icona, la traccia, nella mia attuale concezione del fare espressivo, deve avere una sua autonomia, una sorta di "indipendenza di significato" che la renda insostituibile come esperienza in sè. In altre parole il senso più profondo di un'immagine, di un oggetto visivo, è nel suo esistere in quanto tale. Poco importa il perché e il per come. Se questa "indipendenza" esiste allora sostanzia ed esprime anche tutte le motivazioni e le intenzioni da cui nasce l'opera, diversamente esse restano tali e l'immagine si disperde nel banale scorrere del guardare senza vedere.

Renata Busettini
In questo senso, andando oltre la generosità e la buona volontà indubitabili di quanti stanno operando per riportare alla mente delle persone "di fuori" la rimossa realtà della detenzione, penso che la ricerca espressiva in fotografia abbia ancora molta strada da percorrere. Probabilmente la stessa messa in discussione di una retorica, consumata come la parola stessa, che impedisce di ri-pensare alla questione in termini visivi. Non vi sono ovviamente ricette, ma l'indicazione di una strada percorribile potrebbe essere l'abbandono della sola soluzione metaforica, simbolica, ormai quasi del tutto silente, dopo un eccesso pluridecennale di pratica, verso una dimensione più performativa, presenziale, concettuale. Sono queste indicazioni di massima senza altra pretesa che suscitare un dibattito, una riflessione, nel più auspicabile dei casi.

Fulvio de Faveri
Infine una nota. Il rapporto tra pena detentiva, legislazione, danno personale e sociale provocato dal detenuto e suo recupero alla socialità sono questioni nodali per una società civile. In Italia certamente siamo di fronte ad aberrazioni che ci allontanano di molto da una soluzione il più possibile equanime. Per questo ogni progetto che proponga attenzione è il benvenuto. Anche un lavoro sulle vittime, all'origine delle detenzioni, potrebbe andare in questa direzione.


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