Saluti da Longarone

Ho appena finito di vedere quel gran programma di Minoli che si chiama La storia siamo noi. Oggi per commemorare l'anniversario della tragedia del Vajont sono state rievocate le sconcertanti circostanze che provocarono il disastro. Soprattutto la catena di consapevoli falsità messa in piedi per proteggere i potenti a danno degli inermi. L'unico livello dello Stato che agì come poteva in difesa dei cittadini è il solito: quello comunale. Il Sindaco di Longarone, Giuseppe Celso, condivise tutta la vicenda con i suoi elettori e con essi trovò la morte. Inutilmente si mosse per evitare ciò che accadde. Inutilmente le comunità contadine, che da secoli abitano quelle valli, seppero cogliere nelle loro tradizioni e nell'osservazione del loro ambiente i segni dello sgretolarsi di Monte Toc, addirittura ancor prima che fossero messe in atto le azioni che lo determinarono.

Da allora nessuno ha veramente pagato per ciò che è successo e nessuno pagherebbe comunque mai abbastanza. L'insegnamento del Vajont mi pare possa essere che le cose non devono accadere perché i morti non tornano e i vivi non ottengono spesso nemmeno il riconoscimento di ciò che hanno subito.
Per questo motivo c'è davvero così tanto da stupirsi se a Pianura come in Val di Susa, a Vicenza e dovunque sia in atto una forte alterazione del territorio ci sono movimenti in corso per non doverne subire le conseguenze?

Il patto civile su cui si regge uno Stato è basato anche sulla condivisa tutela di un bene primario come il luogo dove esso si realizza. Ancora oggi solo la dimensione comunale piccola e intermedia può riuscire a stabilire quel rapporto diretto tra livello amministrativo-politico e cittadinanza che in molti casi consente davvero di ottenere la fiducia e realizzare il controllo indispensabili ad una vera tutela. Appena si arriva alla grande città e più su a province, regioni e governo nazionale tutto si perde nei meandri di quelli che eufemisticamente vengono chiamati "interessi".

Cosa c'entra tutto questo discorso con il fotografico?
Per prima cosa, l'osservazione del territorio, la sua conoscenza anche visiva, è alla radice di ogni pratica fotografica sul terreno. Quei montanari che presagivano l'orrore in arrivo erano come dei fotografi senza fotocamera. Poi, di tutto quello che fu Longarone prima del 9 ottobre 1963 ci resta qualche fotografia e qualche spezzone cinematografico. La fotografia diviene quindi traccia, per quanto anche infedele, di fatti, luoghi e persone non più esistenti. Una funzione quest'ultima che continuo a considerare fondamentale. In questo senso, vorrei qui ricordare l'opera di Bepi Zanfron, il fotografo bellunese che accorse a Longarone già nelle prime ore dopo la catastrofe e al quale si devono molte delle immagini sulle sue terribili conseguenze.

Bepi al lavoro

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