La cultura non è un pranzo di gala


Parafrasando il famoso incipit del film Giù la testa di Sergio Leone, direi che l'uomo politico più "maoista" d'Italia sta portando avanti con sempre maggiore violenza la sua Lunga Marcia per la Rivoluzione Culturale del paese.
Dopo aver completamente rimodellato il pensiero collettivo grazie all'ormai più che ventennale massaggio mcluhaniano delle sue televisioni commerciali, attacca ora al cuore il nemico di sempre: la tradizionale supremazia culturale, e morale, della sinistra democratica.
Per farlo, sceglie il punto più debole del suo avversario: il sistema scolastico. La tattica è molto accorta. Per prima cosa riduce la portata del finanziamento pubblico, adducendo come motivazione-paravento la imprescindibile necessità di ridurre la spesa pubblica. Com'era prevedibile, i primi a sentire il fuoco sotto i piedi non sono gli studenti, ma i docenti. La risposta dei docenti è però debole. Oscilla tra il timore privato per il proprio destino e la pericolosa identificazione pubblica di questo destino con l'istruzione stessa. Di conseguenza, invece di organizzarsi per resistere, il corpo insegnante finisce per offrire la gola al nemico. Il gioco è così quasi fatto. Basterà ora limitarsi a dire la verità e cioè che le scuole sono diventate progressivamente dei centri sociali che producono risultati mediamente mediocri persino sul piano degli insegnamenti fondamentali (parlare, scrivere e far di conto). Il tutto condito dal fatto che l'autonomia degli istituti non ha fatto altro che perfezionare ed estendere il sistema baronale imperante all'Università. Autoreferenzialismo puro e mafiosamente semplice.
In pratica il brillante Mao di casa nostra approfitta lucidamente e senza pietà della cattiva fede avversaria per costringere il nemico ad uscire allo scoperto e finire crivellato dalle pallottole che per lunghissimi anni le sue truppe maggioritarie e silenziose hanno dovuto tenere in canna. Truppe ormai fedelissime e ben addestrate. Un popolo maoista che legge riga per riga il Libretto Rosso della libertà di consumare, e consumarsi, nella sicurezza delle proprie abitazioni ripiene dei "bisogni indotti" dalla pubblicità, di guidare veicoli SUV (Senza Utilità Vera) in lunghe code tra urbanizzazioni completamente fuori controllo, di farsi fregare da ogni bolla speculativa (tanto nella prossima ci rifacciamo) e, peggio del peggio, persino di non fare niente di tutto questo, ma sperare ardentemente di poterlo fare un giorno.

La risposta a questo piano così ben congegnato non può essere la sterile ripetizione di modelli ormai defunti di lotta: l'occupazione delle Facoltà, il corteo, l'assemblea, l'autogestione, ecc. L'unica risposta che ritengo davvero forte è forse proprio quella più impraticabile: riconoscere una buona volta che il nostro Mao affonda i suoi colpi mortali in parti realmente malate e sensibili. Per troppi anni la sinistra democratica ha pensato che far occupare posti a gente qualsiasi della propria parte fosse l'equivalente di vincere. Oggi nelle scuole, nelle associazioni, nelle cooperative, nei sindacati e nelle amministrazioni pubbliche siamo pieni di uomini e donne "di sinistra" che nel migliore dei casi non fanno nulla di culturalmente interessante o nel peggiore fanno solo cose stupide o utili a loro stessi e ai loro amici. Questo semplice fatto è sotto gli occhi di chiunque sia dotato di una normale indipendenza di pensiero e si trovi a frequentare i luoghi suddetti.
Mao Tze-sconi quindi, senza saperlo e volerlo, una cosa positiva la sta facendo: costringe chi non la pensa come lui a doversi fare un'autocritica davvero profonda e di conseguenza scegliere se immolarsi sull'altare del proprio potericchio culturale, ormai miserando, o tornare ad essere un uomo di cultura libero, ma, come diceva Eugenio Finardi: "libero veramente".

La risposta è nel vento.



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